La santità dell'organista

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Autore: Giosuè Berbenni

Regole professionali e spirituali per l'organista di chiesa

L'attualità

Nel 1608 il grande organaro Costanzo Antegnati espressamente diceva che l'organista, avendo a che fare con la santità del luogo e trattando cose sante, doveva essere una persona di «costumi santi»:

«... Sarà dunque figliuolo mio il primo aviso, & avvertimento l'arricordarsi, che gl'Organi sono fatti per servir nella Chiesa, che è Casa di Dio, dove con particolar modo è presente; e perciò su l'Organo si deve stare con quella composizione di costumi santi, che convengono al luogo santo» (L'Arte Organica, c5v).

Un aspetto successivamente poco, o per niente, evidenziato, che ora cerchiamo di attualizzare. Era nella pedagogia rinascimentale dell'artista, secondo la dottrina tomistica e la numerosa trattatistica, acquisire la grazia divina al fine di essere strumento docile al servizio di Dio e della Chiesa. Attualmente siamo distanti moltissimo da quella finalità. Eppure dobbiamo recuperare il tempo perduto valorizzando la santità nel nostro ambito di lavoro e di servizio, in particolare di organista.

Ma cosa intendiamo per santità? L'irreprensibilità di costumi e la profonda fede. Nell'organista essa è la condizione fondamentale del suo essere, perché egli è protagonista del culto al Signore attraverso la musica, dunque per essere all'altezza del proprio compito. La santità non è un atteggiamento o un connotato bigotto. Tutt'altro. È il miglior modo per essere sereni, felici. Chi investe in santità, infatti, investe in felicità. Essa è perennemente moderna e attuale. Infatti il Cielo non viene in aiuto se, nel vivere quotidiano, il cuore, lo spirito e la vita non sono santi.

Quando un organista suona in chiesa deve avere in mente che:

- è un privilegiato;
- ha una grande responsabilità;
- il suo ruolo interagisce con l'azione dello Spirito di Dio sui fedeli;
- dove non penetra la parola del celebrante, arriva la musica;
- lo Spirito di Dio si serve di lui per agire sulle anime.

Ma per fare tutto questo occorre essere persone pulite e positive: nell'animo, nella vita, nei pensieri, nei comportamenti e nello studio. La santità, pertanto, è lo stato positivo di vita, nel cammino spirituale e fisico.


Il modello

C'è un modello a cui riferirsi? È Gesù Cristo. Dobbiamo, poi, essere noi stessi modello per gli altri. Come si fa? Prendendo sul serio ogni cosa, anche la più semplice. Non occorre essere dei geni (beato chi lo è)! Quando si offre a Dio una cosa, anche se piccola, deve essere fatta al meglio. Non ha senso fare le cose in modo così e così, cioè scialbo.

Uno esprime quello che è: se ha tanto dà tanto, se ha poco dà poco. Se si ha l'animo chiaro si esprimono cose serene e viceversa. Il segreto, senz'altro vincente, sta nella virtù dell'umiltà e nella continua preghiera.

- Perché l'umiltà? Perché se uno esegue un brano senza umiltà, mettendo se stesso al centro, come è istintivo, non trasmette intensità spirituale.
- Perché la continua preghiera? Perché è l'energia vitale. Essa va fatta con il cuore. In particolare si raccomandano: i sacramenti (frequente confessione e frequentissima eucaristia); la quotidiana S. Messa; l'adorazione eucaristica (con il cuore); si sente il bisogno del S. Rosario, come se si avesse sete di qualcosa; l'offerta a Dio di ogni nostra azione (passata, presente, futura). Si dirà: troppo! Chi ha tempo per far tutto? Niente paura, rimane tanto di quel tempo libero che non vi immaginate, in quanto il Cielo aiuta a ottimizzarlo. Ad esempio, quello che normalmente si fa in quattro ore lo si realizza in due.
Le condizioni dell'umiltà e della preghiera sono indispensabili per avere mente e cuore in grado di interagire con lo Spirito di Dio attraverso la musica. Tutto, dunque, è consequenziale, e i risultati sono spettacolosi. Importante è crederci e agire.


Un investimento

Fondamentale è suonare bene, anche con musiche semplicissime. È meglio tacere che suonare male, anche se ben intenzionati, perché altrimenti si disturbano i fedeli, si avvilisce la liturgia, si fa soffrire Gesù eucaristico. La musica: o è fatta bene, allora apre le porte del Cielo, e ha la sua incredibile funzione positiva; o è fatta male, allora è meglio tacere, non sentirla. Piuttosto che pasticciare è meglio non suonare. C'è la via di mezzo, né bene né male: ma questa lascia indifferenti.
Per suonare divinamente non è sufficiente confidare nelle proprie forze. Occorre chiedere a Dio:
- di farci degni di questo onore, di essere strumento nelle Sue mani;
- di avere la forza, la concentrazione, l'ispirazione, la capacità, perché le note musicali vadano al cuore dei fedeli e vengano predisposti alla Sua azione.
Allora il cielo interviene. L'organista diviene intenso, gioioso, piacevole, comunicativo. Dunque suonare per il Signore, con le condizioni dette, è un investimento in qualità.


Ce la farò?

È spontaneo dire: non ce la farò mai! Non è vero. Se uno si mette nel cuore questo desiderio: «o Dio voglio suonare per la Tua felicità, per attirare più anime a Te», ecco che viene in aiuto, lentamente, ma in modo determinante, a seconda della nostra disponibilità, tutto il Cielo. Ti accorgi che l'energia data è tanta. È un privilegio riservato a coloro che lo chiedono e lo mettono in pratica.

Suonare non solo con la mente ma con il cuore

Fondamentale è suonare bene. Ma come? Innanzitutto con lo studio e la mente, poi con il cuore. Chiedere a Dio che la musica sia di qualità, ispirata, efficace e penetrante in noi e nelle anime. Proprio come la preghiera. Consiglio: prima dell'inizio della Santa Messa pregare con la musica domandando al Signore di inviare il Suo Spirito, perché ci ottimizzi la capacità artistica, scacci via le distrazioni, così da vivere e far vivere la Santa Messa, incredibile regalo all'umanità da parte dell'Altissimo.

La responsabilità è grande

La responsabilità dell'organista, allora, diventa molto grande. È opportuno chiedere a Dio che ci aiuti a purificarci il cuore perché sia ben disposto. Infatti con il suono si veicola nelle anime il Suo Spirito. Ma non si può pretendere che questo avvenga se prima non si è degni. Dio ama e lo si ricambia intensamente dicendogli semplicemente: «ti amo tantissimo con quello che so fare: la musica».
L'offerta più gradita al Signore è quando presentiamo noi stessi come olocausto, affinché Gesù, nello scendere sull'altare, ci trasformi, anche a nome e per conto di chi è lontano e non crede. Infatti cosa abbiamo da offrire a Lui? Poco o nulla, ma se lo presentiamo in unione ai meriti di Gesù, quell'offerta musicale è graditissima e di enorme valore.
Tutto va finalizzato alla felicità di Dio, che è piena se la musica diventa strumento per santificare le anime. Non è cosa da poco. Un consiglio: glorifica e benedici la Santissima Trinità, con tutta la tua vita e il tuo amore artistico, riconoscendoti una Sua creatura, e ti sentirai un privilegiato. Quando il grande organista J. S. Bach scriveva Soli Deo Gloria sapeva che la musica, quale magnifico dono di Dio all'uomo, era una grandissimo strumento di redenzione. Noi aggiungiamo: atque Beatæ Virgini Mariæ. Una marcia in più.

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LA SANTITÀ DELL'ORGANISTA (parte seconda)
di Giosuè Berbenni


Qualche organista mi ha chiesto di approfondire l'argomento La santità dell'organista. Ho cercato di stendere dei pensieri in base alla mia esperienza di organista di paese (circa 8000 abitanti, nella Bergamasca), che, da trenta anni, è fedele al proprio compito e si chiede il perché: tutte le domeniche alle ore 11.00 e 17.30 con mezz'ora di suono in preparazione alla S. Messa. Il sacrificio non trova giustificazione solo nel piacere di suonare e nella professionalità. C'è qualcosa di più e di molto profondo che trasforma il tutto, fino a farlo diventare un privilegio: amore verso Dio e aiuto ai fedeli per amare maggiormente il Signore. Ma per arrivare a questa consapevolezza ci sono voluti decenni di riflessione con domande e risposte, tipo: perché lo faccio? Non è meglio avere le feste libere e andare a sciare, al lago o in montagna? Ho altre possibilità professionali: chi me lo fa fare? In effetti non avevo fatto i conti con il padrone di casa, il Signore, che, invece, ha altre idee e vede le cose sotto un diverso punto di vista. Se pensiamo che il nostro far musica è per Lui, creatore delle galassie stellari, nel tabernacolo presente in modo reale sotto le specie del pane, ci sentiamo un nulla e nello stesso tempo dei privilegiati: ci tremano i polsi.

Collaborare con l'opera di Dio

Nostro compito è dare fiducia, perché molti organisti si sentono non solo incompresi, poco o nulla considerati, ma demotivati per la banalità delle musiche e la trascuratezza degli strumenti, per lo più suonati in modo superficiale e incompetente, tanto da far allontanare le anime da Dio. E li capiamo a fondo e bene. Eppure è importante che sappiano che nel piano del Signore il loro ruolo è oltremodo importante, tant'è che può definirsi un privilegio, in quanto strumento di Dio per agire sui fedeli. Questi, infatti, sono attratti dalla Sua luce anche con la musica. Noi, in realtà, senza rendercene conto, mettiamo in moto delle dinamiche assai importanti per la loro crescita spirituale, in quanto la musica ha un enorme potere sia sul corpo che sullo spirito. Se pensiamo che il Signore ha il cuore tenero come quello di una mamma, capiamo il perché utilizza la musica: per entrare nell'anima del suo bimbo, per farlo sognare, per accarezzarlo dargli sicurezza e gioia. Questo giustifica ogni nostro sacrificio, correlato da profonda gioia e soddisfazione. Vediamo dettagliatamente i perché.

Privilegio e responsabilità

Se fare l'organista è un pregio, occorre sottolineare che molta è la responsabilità. In generale si può affermare che chi suona è sempre messo alla prova.

Nel nostro caso lo è doppiamente, in quanto oltre all'aspetto musicale-artistico c'è quello spirituale. Ma perché la prova sia positiva bisogna preparare a Dio le condizioni al fine di agire sulle anime. Per questo occorre far crescere l'aspetto spirituale. La cosa non è automatica: come per la parte artistica dedichiamo decenni di studio, così deve essere per quella spirituale. Invece la trascuriamo. Crediamo che lo spirituale sia conseguente o di scarsa importanza. Al contrario. Un organista senza spiritualità quando suona può infastidire pur essendo un professionista; invece un organista ricolmo di spiritualità, che esegue in modo corretto cose semplici e non banali, è gradito.


Fare cose semplici in maniera straordinaria

Scriveva S. M. Kolbe (1894-1941): «Compi le piccole cose con grande amore, è la maggior sorgente di meriti. Fissa lo sguardo verso il fine. Una cosa di poco conto sovente è la causa, magari sconosciuta, di grande cose». Per realizzare questo non occorre per forza eseguire pezzi difficili e belli ma brani semplici - non sciatti - in maniera straordinaria, cioè con molta serietà e impegno. Tutto questo solo ed esclusivamente per il Signore, che è presente nella vita più di quanto pensiamo; in particolare:
- suonare pezzi, anche facili, in modo ineccepibile, come se fosse un'esecuzione davanti a chi è più di un sovrano;
- avere sempre la mente, lo spirito, il corpo e la vita rivolta a Dio, non per essere dei bigotti o dei poveracci senza arte né parte, ma, al contrario, per essere il meglio;
- essere forte nella spiritualità perché con il suono si trasmette quello che si è; in virtù di questa legge naturale se uno è banale comunica banalità pur suonando in modo ineccepibile;
- preparare i fedeli alla preghiera con la musica affinché aprano il cuore a Dio;
- essere umile riconoscendo a Dio i meriti di ogni nostra azione.


La musica agisce in modo totalizzante

La musica agisce in modo totalizzante: o suscitando e ampliando sentimenti di adorazione e di ascolto dello Spirito di Dio; o infastidendo, talvolta in modo insopportabile, allontanando il Signore perché l'anima si irrigidisce e si innervosisce. Per questo l'organista deve essere persona molto accorta, esercitata oltre che nel suono anche nello spirito, nella vita privata e di relazione, perché tutto contribuisca al fine. Occorre, pertanto, non solo studiare ma pregare ed essere una brava persona con sé e gli altri. Un organista cafone, anche se professionista, sarà devastante per il fedele. Preghiera, musica e coerenza (con tutti i limiti che nascono dalla nostra particolare condizione umana) siano un connubio forte, discreto e intenso. Crediamo che non si è pienamente musicisti se non si prega e si vive con coerenza. Da ciò nasce lo stato di viva soddisfazione nell'aver servito il Signore, per l'aiuto e l'elevazione dei fedeli, la liturgia e il culto. Il sacrificio di rinuncia a tanti piaceri della vita (ad esempio gite domenicali, tempo libero, svaghi, ritrovo con gli amici e altro) diventano preziosissimi strumenti di amo

re per il prossimo, per la crescita e la salvezza delle anime, nonché meriti fisici e spirituali per noi. E allora, come abbiamo detto sopra, una cosa di poco conto, sovente è la causa, magari sconosciuta, di grande cose.


Chi può guidare il nostro cuore?

Fa

da guida al nostro cuore Maria SS. che invochiamo a Regina della Musica e delle Arti. È meraviglioso constatare come ogni volta che noi preghiamo Dio, Egli ci rimandi a Sua madre Maria affinché sia sempre il nostro modello di riferimento. Ella, quale madre di tutta l'umanità, se da un lato è sempre attenta e sollecita a portare all'attenzione di Gesù le necessità di tutti noi suoi figli, dall'altro non esita un solo istante ad insistere, con pressanti appelli, affinché noi facciamo esattamente tutto ciò che il Signore raccomanda di fare: pregare e adorare unicamente Dio, fare la Sua volontà e vivere nella gioia con coerenza di vita. E Maria, sempre fedele alle consegne ricevute da Suo Figlio, mai ha fatto mancare l'amorevole soccorso e la sicura guida a chiunque l'abbia invocata, sia nei momenti di gioia che in quelli di sofferenza. Tanto più lo fa a noi organisti che siamo in prima fila nell'adorazione, nella preghiera e nella formazione delle anime.


Sentirsi partecipi del progetto divino

Fare l'organista deve essere anche vocazione. Che cosa vuol dire? Sentirsi partecipi del progetto divino, in un'ottica di fede, per il bene proprio e del prossimo. È un sogno che Dio ha su ciascuno di noi, ma la cui realizzazione dipende da noi stessi. Quanti suonano per il Signore? I più per sé stessi, per il piacere di suonare. Ed è una cosa rispettabile anche questa. Ma infinitamente al di sotto di chi lo fa per Lui. Suonare vuol dire comunicare: trasmettere positività o negatività. Ed è solo dove c'è l'amore verso Dio che esiste positività. Essa si estende ai fedeli con effetti meravigliosi da noi nemmeno percepibili, tanto sono profondi e intimi. Ci si affida a Lui, dunque, nella piena fiducia e disponibilità.

Occorre la semplicità dell'anima

La semplicità dell'anima è la condizione senza la quale Dio non riesce ad agire in noi, in quanto esseri liberi. Dunque tocca a noi alzare lo sguardo e osservare Lui. L'organista dà la propria arte a Dio. Egli la trasforma e, come pioggia salutare, scende sulle anime, e dà vitalità ad esse. Nessuno è grande davanti a Dio; lo si diventa nell'umiltà. L'organista, anche quando con merito esegue brani meravigliosi, deve suonare con sincera modestia. Che cosa vuol dire? Che riconosce i propri limiti, rifuggendo da ogni forma di superbia, sempre in agguato.

Belle parole. Ma è necessario passare ai fatti

Quali? Della vita e dell'operosità; in particolare:
- quando in chiesa nella S. Messa è proclamata la parola di Dio devo prestare attenzione per suonare secondo la Sua parola;
- alla Consacrazione parteciperò con intensità di preghiera e di suono;
- se improvviso sottolineerò la particolarità del momento;
- devo far si che il canto dei fedeli sia invogliato, partecipato, corale;
- quando c'è spazio per la sola musica, la scelta del brano e l'intensità dell'esecuzione suscitino emozioni e profonda preghiera;
- sarò il primo ad entrare in chiesa e l'ultimo ad uscire.
Per questo occorre chiedere incessantemente a Dio di essere degni, avere la forza, la volontà, l'ispirazione, in modo che venga spontaneo dire: «che io suoni solo ed esclusivamente per Te, per portare le anime a Te», evitando la lusinga degli altri, stando in disparte. Così l'offerta sarà completa.

 

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LA SANTITÀ DELL'ORGANISTA (parte terza)
di Giosuè Berbenni


Più tratto l'argomento della santità dell'organista più emergono aspetti che meritano di essere fissati sulla carta. Chi scrive è un organista di paese con difficoltà nel suonare (per incidente alla testa che ha lesionato l'uso di alcune dita) che è felice quando può dire: oh, finalmente il Signore sarà contento di come ho suonato; oppure che rimane male quando si accorge dei propri limiti perché vorrebbe essere, ma invano, un grande esecutore e improvvisatore. Da questa esperienza ho capito che il valore aggiunto di un organista non sta solo nell'esecuzione ma nella profondità spirituale. Tratteremo il ruolo dell'organista nella S. Messa, evento centrale della liturgia, vero prodigio divino. Egli vi partecipa pienamente e collabora con i vari ministri della Chiesa, in maniera significativa, anche se, per lo più, inconsapevolmente. L'organista con la propria arte, non solo valorizza l'Evento eucaristico - troppe volte banalizzato - ma lo fa vivere intensamente anche da parte dei fedeli.

L'organista e la S. Messa

La S. Messa è il prodigio dei prodigi, incomprensibile per la mente, ma oggetto di sacra ammirazione per il cuore. Se l'organista sapesse che Miracolo è questo gli verrebbero meno le forze prima, durante e dopo l'esecuzione musicale. Di fatto non solo si è indegni, ma anche inadatti. L'organista in genere percepisce la S. Messa per lo più come un evento solenne e ripetitivo. E come tale lo vive. Ma quanto è lontano da ciò che capita realmente: Cristo-Dio muore, versa il suo sangue e si fa cibo. Lui creatore delle galassie! E allora verrebbe da dire: meglio che non suoni. No, no! La musica serve a noi umani p

er concentrarci e vivere questo grandissimo momento. E il Signore lo gradisce assai perché la S. Messa con la musica diventa più partecipata, più mistica, più bella. Infatti quando il suono dell'organo si espande nella navata, la chiesa diventa 'magica', meravigliosa. È un pezzo di Cielo che si cala sulla terra. E allora si capisce quanto è importante usufruire di un organo con delle belle sonorità e avere bravi organisti.


Il miracolo più grande

Che cosa è la S. Messa? Il più straordinario regalo da parte dell'Altissimo all'Umanità. Purtroppo non lo sappiamo né capire né apprezzare. Noi organisti siamo dei privilegiati che interagiscono con la SS. Trinità e con il mondo reale. Che cosa occorre per essere degni di tale ruolo di intermediazione? Credere. Infatti chi suona senza credere, danneggia se stesso e i fedeli. E questo perché se uno ha fede chiede l'aiuto dal Cielo, per mettere a frutto la propria arte al fine di valorizzare la S. Messa. L'organista, con questa consapevolezza, dà un valore aggiunto all'evento prodigioso Cielo-Terra: fa decollare i fedeli dalla realtà terrena alla realtà divina. Questo, però, non è automatico. A tal fine con tutte le nostre forze fisiche e spirituali occorre glorificare e benedire la Santissima Trinità, che nella S. Messa si manifesta, affinché ci apra la mente e il cuore e, di conseguenza, ci renda degni di essere partecipi di tanti e tali benefici.

Le condizioni: il Signore chiede il meglio di noi

Per essere meritevoli di tutto questo il Signore chiede il meglio di noi. Ma dipende cosa abbiamo e come lo offriamo. Occorre che l'animo sia semplice, fiducioso, buono, gioioso. Da parte nostra c'è ben poco e per lo più è espresso in modo superficiale. Consideriamo questo: la musica è il linguaggio della mente e del cuore. Il Signore guarda cosa facciamo e, se lo chiediamo, ci aiuta. Ma dobbiamo creargli le condizioni necessarie perchè possa agire su di noi e sulle anime. Questo lo si fa con la preghiera del cuore - sincera, profonda, spontanea - che non è mai troppa. Essa ci permette di suonare le piccole cose ma in modo grande. Non dobbiamo pensar che sia tempo perso. Anzi lo si recupera abbondantemente. E la Santa Messa ne è l'occasione d'oro.

L'inizio: la musica si fa preghiera e la preghiera è sostenuta dalla musica

In particolare nella fase di preparazione alla Santa Messa l'organista si preoccupi che i fedeli sviluppino sentimenti di adorazione. Perché arrivare all'ultimo momento? Occorre pregare e fare pregare con la musica, per chiedere al Signore di mandare il Suo Spirito, di scacciare via le preoccupazioni e le distrazioni, per essere capaci di vivere e far vivere questo incredibile momento.

La liturgia della parola: fare in modo che Dio ci trasformi

Quando si partecipa alla liturgia della Parola l'organista non rimanga passivo ma ascolti il Signore che parla, perché la musica che esegue sia da essa ispirata e ad essa orientata. Con essa lo Spirito del Signore purifica il terreno del nostro cuore, attraverso cui, con la musica, trasmettiamo sentimenti ed emozioni all'assembla dei fedeli. Se si sta attenti, qualcosa resterà in noi in modo durevole. Potranno essere frasi, l'intera lettura del Vangelo, magari solo una parola, ma tutto ciò potrà avere influenza sulla scelta del brano musicale o sullo stile dell'improvvisazione. E la musica, così ben collegata ai messaggi biblici, sarà fatta in modo che la parola di Dio trasformi noi e i nostri fedeli.

 

 

Avere Dio nella vita

Siamo all'Offertorio. È l'offerta della propria vita e dei frutti della propria azione di carità che il Sacerdote fa con i fedeli. L'organista si rende interprete di tutto questo: «Signore, Ti offro tutto ciò che sono, quello che ho, quello che posso. Eleva Tu, Signore, quel poco che io sono e che ti dono con la mia povera arte». Gesù chiama l'organista ‘beato' non per la sua condizione, che è imperfetta, ma per il privilegio che ha: essere strumento per impreziosire il miracolo dei miracoli, quale è la S. Messa. L'organista avrà questi sentimenti: immenso ringraziamento e supplica amorevole perché si faccia interprete di tutti i fedeli. Vale la pena, dunque, fare sacrifici. Questa è la sua partecipazione all'offerta.

... ci tremano i polsi

È il momento centrale della S. Messa: la Consacrazione. Quello che fa tremare i polsi e il cuore. "Santo, Santo, Santo il Signore..." lo cantano tutti gli Angeli, i Santi e i Beati del Cielo. In questo momento, con la musica, si offrono a Gesù che rivive realmente il sacrificio della Croce, le pene, i dolori, le speranze, le gioie, le tristezze e le richieste dell'intera Umanità. L'organista con la propria arte preghi e faccia pregare. Si offra come olocausto, affinché Gesù, nello scendere, trasformi tutto e tutti con il Suo amore e con i Suoi meriti. Cosa abbiamo da offrire che sia solo nostro? Niente, ma se lo offriamo in unione ai meriti di Gesù, quell'offerta diviene molto gradita a Dio Padre, nello Spirito santo. L'organista tremi nel pensare che con la propria arte partecipa attivamente al miracolo per eccellenza, in quanto nel momento della Consacrazione, tutta l'Assemblea viene trasportata ai piedi del Calvario e rivive i momenti della Crocifissione di Gesù.

La S. Comunione

Agli occhi degli uomini sembra la più grande pazzia: che Dio si faccia prigioniero d'Amore, rimanendo con noi fino alla fine dei secoli. Gli Arcangeli e gli Angeli non hanno la fortuna che abbiamo noi di riceverlo come alimento; noi sì. Panis angelicus fit panis hominum, Il pane degli angeli diventa pane degli uomini, dice un notissimo brano musicale ispirato ad un testo di san Tommaso d'Aquino. L'organista con la musica ringrazia Dio per il dono che Egli ci ha fatto di scendere con la sua Divinità fino alla nostra povera Umanità, al fine di elevarla a Lui. Il Suo Amore non poteva sopportare che rimanessimo orfani poiché «ci ama più della Sua Vita». La musica deve aiutare a dire le cose migliori, le parole più belle e affettuose, i sentimenti più profondi: grazie, scusa, ti amo...

La benedizione finale

Alla conclusione dell'Eucaristia c'è la gioia del miracolo. L'organista deve essere così convincente da infondere e moltiplicare tale gioia e facendo continuare nella propria vita e in quella dei fedeli la presenza trasformante di Dio, nella sua grazia. L'organista con un suono gioioso si cala tra la gente per far capire e comunicare, per attirare le anime a Dio, attraverso l'arte più sublime: la Musica. Ma occorre rifuggire dal banale, dal brutto sempre in agguato anche con apparenza di bello. Dal suono si capisce quanto l'organista voglia bene al Signore e quanto lo viva. E la musica è una cartina di tornasole che tutto manifesta. Per questo occorre che l'organista abbia Dio nel cuore, nella mente e nella vita.

«... per suonare divinamente solo per Te, per avvicinare le anime a Te»

Al termine di questa riflessione ripetiamo l'idea chiave: il Signore si serve di noi e della musica per entrare nel cuore delle persone che partecipano alla celebrazione liturgica. Se la parola esprime il reale, la musica esprime l'ineffabile. L'organista, dunque, con la sua arte, è direttamente responsabile verso le anime dei fedeli, poiché nell'incredibile prodigio della S. Messa, la musica stessa diventi un'offerta e una preghiera implorata, sommessa, gioiosa. E per questo chiediamo a Dio di avere un cuore adatto, uno spirito profondo, una vita coerente: «... per suonare divinamente solo per Te, per avvicinare le anime a Te».

 

 

 

 

 

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LA SANTITÀ DELL'ORGANISTA (parte quarta)
di Giosuè Berbenni

 

 

Continuiamo le nostre riflessioni sulla santità dell’organista trattando il tema dell’esercizio delle virtù che egli deve possedere per essere degno del proprio compito al fine di arrivare alla santità con la musica. Che cosa sono le virtù? Sono le abituali e positive azioni di vita fatte con perseveranza e in maniera ottimale. Ci sono tre aspetti per la loro acquisizione: la pazienza nel praticarle; il progresso nel compierle; la costanza nel ripeterle. L’opposto sono i vizi. Ma come concretizzarle nella vita dell’organista-musicista?

 

 

 

 

 

Un abito necessario

 

 

Le virtù costituiscono i pilastri di una vita fondata sul bene, nel nostro caso necessarie per trasmettere le positività del nostro operare artistico. In particolare sono il presupposto per ottenere che Dio Padre col Figlio nello Spirito Santo agisca in noi parlando alla mente e al cuore nostri e degli ascoltatori. Le virtù, pertanto, manifestano che cosa vogliamo, che cosa valiamo e chi siamo. Se mancano non percepiamo la voce di Dio: è come se divenissimo sordi. Con esse, invece, la sentiamo bene ed il fare musica diventa strumento di Dio che colloquia con le anime.

 

 

 

 

 

Avvolgere e coinvolgere

 

 

Nessun organista-musicista, attraverso l’arte musicale, può ritenersi così povero da non dare nulla a Dio e agli altri. Egli, in effetti, ha avuto in dono delle straordinarie condizioni umane e spirituali che esercita per lo più inconsapevolmente. Pertanto deve farne tesoro e offrirle al Signore con gratitudine. A noi organisti, in particolare, Dio ha fatto il privilegio di esprimere tale arte nel luogo maggiormente santo di altri, quale è la chiesa, alla Sua reale presenza nella S.S. Eucarestia. Inoltre ci ha dato il compito, non da poco, di custodire la fede propria e altrui, col suonare brani che preparino le anime all’incontro con il Signore nell’intimità, nello stupore e nella gioia. L’organista, dunque, deve avvolgere il fedele e coinvolgerlo nel colloquio con Dio.

 

 

 

 

 

Il Signore chiederà che cosa abbiamo fatto del dono della musica

 

 

Occorre sottolineare che la santità risulta impressa in ciascuno di noi sin dall'origine. Possiamo farla emergere o rifiutarla. Noi musicisti abbiamo il dono di farla venir fuori con la sublime arte musicale. Il Signore ci chiederà come abbiamo utilizzato tale dono, che cosa ne abbiamo fatto, se per portare luce o meno ai fedeli e agli ascoltatori. Pertanto con la musica faremo uscire in noi e negli altri la divinità che Dio ha impresso in ciascuno. E questo richiede che l’arte sia esercitata e manifestata da una parte con gli indispensabili presupposti di preparazione e di conoscenza, dall’altra con le virtù affinché insieme costituiscano una cosa sola.

 

 

 

 

 

Le virtù cardinali

 

 

Prendiamo in considerazione le virtù cardinali della prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, le virtù umane principali, perché non solo costituiscono i cardini della vita quotidiana fondata e dedicata al bene, ma perché fanno vedere ogni cosa alla luce di Dio. Tutte le altre si raggruppano attorno ad esse. Sono fondamentali per tutti, molto più per l’organista musicista che deve possederle affinché possa diventare strumento adamantino nelle mani di Dio, per trasmettere luminosità alle anime. Alla loro base, però, deve starci l’umiltà, cioè la semplicità della vita (fisica, intellettuale e spirituale). Esemplifichiamole brevemente nella quotidianità dell’organista.

 

 

 

 

 

La prudenza

 

 

La prudenza consiste nella capacità umana di distinguere il bene dal male, il vero dal falso. Comporta che ciascuno sia responsabile delle proprie azioni e delle conseguenze. Applicata all’organista vuol dire che egli:

 

 

- tiene custoditi la mente e il cuore, per avere le condizioni oggettive dello studio e soggettive dello spirito all’azione di Dio;

 

 

- rifugge dal banale;

 

 

- non esegue brani se non si è preparato, per non infastidire i fedeli;

 

 

- non si butta a far cose superiori alla propria capacità, rendendole scorrette, pertanto sgradevoli;

 

 

- non suona per sé, per far sentire quanto è bravo, ma per il Signore, per aprire la mente e il cuore dei fedeli e degli ascoltatori.

 

 

Prudente, dunque, è il musicista che prende sul serio anche le piccole cose e le fa in modo grande, non per piacere a se stesso, ma per consentire a Dio di trasmettere il suo Spirito alle anime attraverso la musica.

 

 

 

 

 

La giustizia

 

 

La giustizia si fonda sulla ferma e costante volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è a loro dovuto. All’organista possiamo applicarla così: noi abbiamo ricevuto dei talenti; giustizia vuole che dobbiamo quanto meno raddoppiarli, cioè farli rendere al massimo; il fedele ha il diritto, con la musica fatta bene, di avere le condizioni di pregare e di essere più vicino a Dio; pertanto dobbiamo dare il meglio di noi stessi. In particolare l’organista con la propria arte valorizza al meglio la liturgia. Giustizia vuole che le esecuzioni siano lodevoli, fatte con accuratezza, indice di profondità spirituale. Il musicista, pertanto, fa giustizia:

 

 

- verso gli altri, quando mette straordinarietà nelle piccole cose;

 

 

- verso se stesso, quando fruttifica al meglio i propri talenti musicali;

 

 

- verso Dio, quando permette al Suo Spirito di agire nelle persone.

 

 

Giustizia è anche mettersi nei panni degli altri e farsi portavoce con la musica presso Dio delle necessità di tutti. Con tale virtù si favorisce la concentrazione, la preghiera, l’offerta.

 

 

 

 

 

La fortezza

 

 

La fortezza è la capacità di resistere alle avversità, di non scoraggiarsi. Nell’organista è opporsi alle contrarietà che mettono a dura prova la fedeltà ad essere ottimi musicisti, ad esempio perché ci si sente inadatti, ripetitivi o abituali. Allora non si può che dire: o Dio accetta il mio piccolo contributo musicale per la salvezza delle anime. La fortezza si oppone alla pusillanimità, che è il difetto di chi non si esprime nella pienezza, fermandosi davanti agli ostacoli o accontentandosi di un'esistenza artistica e spirituale mediocre. Frutto della fortezza è la forza di suonare per il Signore e per il bene delle anime, anche quando l’ impegno profuso è incompreso o sottovalutato. Con essa si chiede a Dio la forza di esprimersi con qualità e profondità di spirito, per la santificazione degli ascoltatori.

 

 

 

 

 

La temperanza

 

 

La temperanza è un’auto educazione della volontà e dell’intelligenza. Questo al fine di valutare e di evitare ciò che può nuocere il rapporto con Dio. Applicata all’organista vuol dire che egli deve continuamente educarsi, nei rapporti con gli altri e nelle proprie azioni. Se costui esercita il dominio su se stesso, ossia è temperante, sa anche essere prudente e riservato senza eccedere in protagonismi e senza comunicare superficialità. Quindi, di conseguenza, sorveglia sulla propria arte. Fa in modo che il tutto sia compiuto in modo più corretto possibile. Nelle esecuzioni musicali pone sempre attenzione a dare il meglio di sé, interrogandosi se il proprio suonare porti o meno luce agli ascoltatori. Attraverso tale virtù l’organista si mette nelle condizioni di trasmettere lo Spirito di Dio alle anime, possibile con l’equilibrio di sé stessi, ottenibile con un corretto comportamento di vita, con una costante preparazione e con una vita spirituale non superficiale.

 

 

 

 

 

Una virtù non può stare in piedi senza l’altra

 

 

La prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza, conducono l’anima verso la santità. È una catena, per cui una virtù non può sussistere senza l’altra e non ci si sente realizzati possedendone solo alcune. Per ottenere questo è necessario restare semplici con la consapevolezza della nostra fragile condizione. Pertanto occorre offrire a Dio ogni nostra azione affinché conosciamo che cosa è bene e che cosa è male. Sarà così che il nostro suonare, corroborato dalle virtù, attraverso l’intercessione di Sua madre Regina della Musica e delle Arti, nostra guida, diventerà partecipato, intenso, offerto, vivo e santo.

 

 

 

 

 

Si tratta di incamminarci con buona volontà

 

 

Non si deve dire: queste cose sono troppo grandi per me, le lascio agli altri. Si tratta di incamminarci con buona volontà. Il resto lo fa Lui. In effetti le virtù consistono in comportamenti quotidiani positivi vissuti in modo normale, costante e ottimale, con una linea guida: avere Dio nel cuore ed essere pronti a trasmettere lo Spirito di Dio nei fedeli con l’arte del suono. Cosa ne ricaviamo? Grande qualità espressiva (quella tecnica spetta al nostro studio). Ciò fa capire che, per essere ottimi musicisti, non è sufficiente ‘suonare bene’; occorre un passo in più: essere profondi e preparati nello spirito e nella vita di tutti i giorni, affinché spirito e vita siano una cosa sola. Le virtù, quindi, mirano al fondamentale obiettivo di avere le condizioni di mente, di cuore, di spirito e di vita perché Dio, attraverso la nostra arte musicale, parli alle anime.

 

 

 

 

 

 

 

 

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LA SANTITÀ DELL'ORGANISTA (parte quinta)
di Giosuè Berbenni

 

 

Il tema che trattiamo è la preghiera del cuore, fatta dall’organista mediante la musica. In generale si dice che la preghiera, per arrivare immediatamente a Dio, deve essere effettuata con il cuore, cioè con sincerità, semplicità, spontaneità e profondità. La preghiera è l’espressione affettuosa, umile e sincera della creatura verso il suo creatore: noi siamo le creature, Dio il creatore. La musica, più d’ogni altra arte, manifesta tale relazione; infatti mette l’anima in amorevole colloquio con il proprio creatore. L’organista con questa arte, non solo coltiva la preghiera, ma intensamente la esprime. In particolare ricerca in continuazione Dio e invoglia gli ascoltatori e i fedeli a fare altrettanto. L’enunciazione, pertanto è questa: la musica, la più sublime tra le arti, suscita la preghiera del cuore e questa impreziosisce la musica. Dunque l’una alimenta l’altra.

 

 

 

 

 

La musica illumina

 

 

Il grande Franz Joseph Haydn (1732-1809) si dedicava all’orazione allorché le idee musicali stentavano a prendere forma sulla carta e la preghiera lo premiava: esempio di forza di un grande musicista. L’organista, dal canto suo, sapendo di essere umile strumento privilegiato con cui Dio fa passare la Sua luce alle anime, maggiormente è motivato a pregare e a far pregare con il cuore. Ma occorre essere lontani da ogni disordine personale. Ciò è molto importante, altrimenti il tutto diventa improponibile. Infatti se siamo opachi nella vita nessun raggio musicale passa, ma se siamo tersi la luce si impreziosisce come in un brillante. L’artista, in effetti, è una lente, che proietta l’immagine musicale in base a quello che è: le qualità di un brano sono da lui impreziosite o banalizzate a seconda delle situazioni vissute. Pertanto, per suscitare la preghiera del cuore, non è sufficiente essere bravi e preparati musicalmente, ma occorre profondità spirituale. Questa va voluta e coltivata. Per l’organista ciò è ancora più importante perché egli, nella sua funzione, è nella casa di Dio, alla Sua reale presenza nella SS. Eucarestia.

 

 

 

 

 

Esprime carità

 

 

La musica è carità. Questa è amore verso Dio, gli altri e se stessi. Senza la carità anche le doti umane più prodigiose svaniscono. La musica diventa carità quando valorizza la persona, facendosi messaggera presso Dio dei bisogni altrui, pertanto intercede. Dio, infatti, desidera che i suoi figli, attraverso la musica, siano illuminati al bene e superino le incomprensioni. In particolare Egli aspetta da un lato una profonda intesa tra tutti noi suoi figli, dall’altro che tale arte diventi mezzo per valorizzare il prossimo. Sappiamo che quest’arte - per eccellenza il linguaggio astratto di comunicazione universale - può modificare lo spirito altrui. L’organista-musicista, dunque, fa un atto di carità quando con la musica, preghiera del cuore, valorizza le persone e intercede.

 

 

 

 

 

Suscita nei fedeli il desiderio che Dio sia amato

 

 

L’organista-musicista con la propria arte suscita nei fedeli il desiderio che Dio sia amato e preferito al di sopra di ogni cosa. Con il suono non solo comunica valori artistici, ma, a nome di tutti, ringrazia Dio per il bene donato, nonché chiede perdono per il male commesso. Ecco perché l’organista deve sentirsi un privilegiato, poiché è responsabile di una realtà che lo sovrasta. Egli, pertanto, suonerà con la massima attenzione tecnico-artistica e spirituale. Deve ricordarsi che quando esegue musica entrano in combinazione tre situazioni: il proprio stato di vita, la preparazione tecnico-artistica e la spiritualità. La loro interdipendenza è essenziale per ottenere la preghiera del cuore, che avrà vari gradi di intensità a seconda delle proporzioni di quelle, al fine di fare amare Dio sempre di più.

 

 

 

 

 

Porta grazia

 

 

La musica è uno dei più potenti mezzi che Dio, amorevolmente, utilizza per effondere sulle anime la Sua grazia. Questa è il rapporto di affetto tra Dio e l'uomo. Egli ha donato la bellezza della grazia a ciascuna anima fin dall’origine. La musica, facendosi preghiera, la nutre. In effetti lo Spirito di Dio, attraverso essa, parla all’anima e questa esprime sentimenti affettuosi. Da ciò si può affermare che la musica non solo suscita meraviglia, serenità, lode, ringraziamento e altro ma porta grazia. L’organista-musicista si pone come mezzo di questo collegamento, perciò ne è grandemente responsabile. Se avremo esaudito il desiderio divino che altri, attraverso la nostra arte, ricevano bellezza e aprano il cuore e la mente allo Spirito di Dio, saremo felici e realizzati, altrimenti diventeremo dei frustrati. Con la preghiera del cuore, pertanto, il musicista vive sempre di più in Dio per cooperare con Lui. L’organista dice: Signore, fa che la mia musica sia vera preghiera e faccia risplendere la bellezza delle anime a tua gloria.

 

 

 

 

 

Infonde umiltà

 

 

La musica infonde umiltà. Questa è sentirsi bisognosi di Dio. La preghiera del cuore ci fa sentire piccoli piccoli. Ma Dio è attento: con la musica, che diventa preghiera, Egli si commuove perché non è il distaccato ma è colui che partecipa al nostro quotidiano. Tale arte non solo è la più alta espressione artistica data dal creatore alla creatura, ma con essa l’umanità esprime il meglio di sé. Con questa consapevolezza noi organisti, con l’umile fare, dobbiamo impegnarci più di altri per suscitare la preghiera del cuore, in quanto abbiamo per le mani un’enorme potenza spirituale, la musica, nell’ambiente più esclusivo, la casa di Dio. Il nostro fare, pertanto, dovrà essere senza presunzione, finalizzato unicamente alla Sua gloria per il bene delle anime. Questo darà al musicista ragione del suo operare e contribuirà alla santificazione dei fedeli e degli ascoltatori.

 

 

 

 

 

Come fare?

 

 

Alla luce di quanto detto è fondamentale che l’organista-musicista si santifichi, in quanto più egli sale in perfezione maggiormente attrarrà altri al divino. Perciò dovrà diventare abile, con la propria vita, a far strada allo Spirito di Dio. Ciascuno è chiamato a realizzare questo in base alle proprie capacità, importante che lo faccia al meglio. Suonare bene, infatti, fa nascere i sentimenti più belli della preghiera del cuore, mentre suonare male infastidisce. Non ci si deve accontentare della mediocrità, perché può diventare pericolosa. L’organista, a tal fine, dovrà:

 

 

avere una forte fede;

 

 

pregare;

 

 

studiare ed essere esigente con se stesso;

 

 

interiorizzare il brano, in modo da possedere lo spirito che è in esso;

 

 

trasmettere intelligibilità;

 

 

calarsi nel momento liturgico;

 

 

avere finezza di cuore;

 

 

essere cosciente di quello che l’esecuzione suscita negli ascoltatori;

 

 

sentire la responsabilità di ciò che sta facendo;

 

 

non avere disordini di vita, secondo quanto indica il magistero della Chiesa.

 

 

Il Signore, con generosità, offrirà gli aiuti necessari.

 

 

 

 

 

Un desiderio che diventa ragione di vita

 

 

Ogni persona desidera incontrarsi con Dio per trovare felicità e gioia. Un vero credente sa che senza preghiera la sua anima non può vivere. La musica ha il potere di suscitare la preghiera del cuore: sincera, spontanea, profonda. Tale arte, quindi, va coltivata non solo nella sua scientificità ma spiritualmente, affinché porti l’artista e l’ascoltatore ad incontrarsi con Dio. Ne consegue che l’organista-musicista da un lato sarà artefice della preghiera del cuore per la santificazione dei fedeli e degli ascoltatori, dall’altro con quella darà un profondo significato al suo umile fare, a gloria di Dio. In tale procedere ci guida Maria SS. Regina della Musica e delle Arti, maestra di preghiera. Saremo felici, dunque, quando potremo dire: «Anche tutto quello che ho di buono, per quanto sia molto poco e imperfetto, lo offro a Te, perché tu lo perfezioni e lo santifichi; affinché ti sia gradito e tu voglia accettarlo, accrescendone il valore». (Imitazione di Cristo, XI, 2).

 

 

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