Nelle chiese di oggi si cantano solo canzonette

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Autore: Rino Cammilleri redattore de «Il Timone»

Sezione Articoli

La musica è un servizio liturgico per dare a Dio ciò che c’è di più bello.

Parola di Riccardo Muti!

NELLE CHIESE DI OGGI SI CANTANO SOLO CANZONETTE [*]
Parola di Riccardo Muti... la musica è un servizio liturgico per dare a Dio ciò che c’è di più bello
 
di Rino Cammilleri
 
Riccardo Muti è uno dei più grandi direttori d'orchestra del mondo e non ha bisogno di presentazioni. È stato anche insignito, nel 2001, del Premio per la Cultura Cattolica a Bassano del Grappa, il che lascia supporre che sia un credente, anche se il Maestro non ha mai enfatizzato la sua fede. Frugando nel web ho trovato alcune sue dichiarazioni del 2011, pronunciate in occasione della cittadinanza onoraria conferitagli a Trieste e riportate dall'agenzia Asca il 21 maggio di quell'anno. Non so a quali domande abbia risposto, ma forse qualcuno, dato il personaggio e il suo credo personale, deve avergli chiesto che cosa ne pensa dell'attuale musica liturgica. Il titolo riassuntivo del lancio è: "Non capisco le canzonette in chiesa". Proprio così: canzonette. E se lo dice lui...
Certo, gli autori - tutti anonimi, per umiltà si suppone - di tali composizioni potrebbero offendersi se, per esempio, una cosa del genere l'avesse detta il sottoscritto, ma l'ha detta il Maestro Muti, dal quale i professori delle maggiori orchestre del pianeta sono onorati di farsi dirigere a bacchetta. Voglio rovinarmi: non l'ha detta nemmeno l'ex papa Ratzinger, musicista e musicologo di roba "alta". No, Muti dixit. Ora, hai voglia di chiamarle "canti", hai voglia di menarla con santagostiniano "chi canta prega due volte": canzonette restano. Infatti, sant'Agostino, discepolo di sant'Ambrogio, di "canti" aveva sentito solo quelli "ambrosiani", padri di quelli "gregoriani", e a questi si riferiva.

LA MUSICA È SERVIZIO LITURGICO
Ma sentiamo ancora Muti, di solito avaro di esternazioni (e perciò fedele al suo cognome), però, quando lo fa, non si nasconde mai dietro le quinte del politicamente corretto: "La storia della musica deve molto alla Chiesa e non mi riferisco solo al periodo gregoriano che è strepitoso, ma anche ai giorni nostri. Ora io non capisco le chiese, tra l'altro quasi tutte fornite di organi strepitosi, dove invece si suonano canzonette". Il tono discorsivo e le ripetizioni rivelano l'oralità delle affermazioni mutiane, le quali proseguono implacabili: "È un modo semplicistico e senza rispetto del livello di intelligenza delle persone". Mamma mia! - direbbero gli Abba. Il Venerabile Pio XII direbbe (come disse ricevendo i rappresentanti del mondo asiatico) che l'arte deve "elevare", non "abbassare". Bertoldo, infine, direbbe (al parroco): vabbè, il complessino domenicale serviva a incoraggiare i ragazzi a venire a messa, ma perché continui a tenerli in stato d'infanzia? Potevi dir loro, superata la fase d' "incoraggiamento": la musica è un servizio liturgico e bisogna dare a Dio ciò che c'è di più bello; perciò, chi di voi si sente portato a questo servizio studi musica seria, e la parrocchia appoggerà.

NON SI VA IN CHIESA PER DIVERTIRSI
Qualche parroco, a questo punto, potrebbe obiettare: ma se faccio così, non vengono più. Giusta obiezione, alla quale si potrebbe tuttavia replicare che, se uno viene in chiesa a condizione che gli si permetta di divertirsi a modo suo, forse ha sbagliato porta. Ma lasciamo la parola al Maestro: "Perché allora mettere quattro-cinque ragazzi di buona volontà a strimpellare delle chitarre o degli strumenti a plettro con testi che non commento?". Oh, Maestro, ci manca tanto il suo commento ai testi dei "canti di chiesa", ma forse a lei è mancato il cuore (o lo stomaco).
Muti, imperterrito, prosegue: "E poi, se si sente l'Ave Verum di Mozart in chiesa, sicuramente anche la persona più semplice, più lontana dalla musica può essere trasportata in una dimensione spirituale. Ma se sente invece canzonette è come stare in un altro posto". Magari alla sagra della porchetta.

UN DONO CRISTIANO FATTO AL MONDO
Tuttavia, proprio nell'Anno della Misericordia le "persone più semplici", quelle delle "periferie" della città o del pianeta, i "poveri", potrebbero trovare grazia per le loro orecchie. Qualcuno, a un certo punto, deve aver chiesto al Maestro che cosa ne pensava degli spirituals, che sono pur essi canti di chiesa, anche se di chiese non cattoliche. Muti ha espresso gran rispetto, ma ha ricordato che "comunque è una cosa che non ci appartiene". Già: la notazione musicale l'ha inventata un prete, Guido d'Arezzo, che ha dato alle note i nomi delle iniziali dei versi di un inno al Battista: do-re-mi... Il mondo anglosassone, forse per avversione al papismo, le chiama a-b-c..., ma sempre quelle sono (i curiosi vadano a vedere i termini musicali nel vocabolario inglese: sono tutti in italiano). Insiste Muti: "Quello che ci è appartenuto con Perosi, Rossini e Verdi sono cose importantissime per la Chiesa e per lo spirito. Perché tutto questo sta sparendo quando è nostro patrimonio di cui se ne stanno impadronendo altre nazioni? La Cina oggi ha milioni di pianisti e violinisti con le fabbriche di strumenti che si sono centuplicate".
Infatti, i pianisti e i violinisti (e i tenori, i soprano eccetera) sembrano diventati tutti cinesi, giapponesi e coreani, ci si faccia caso. La musica - ha ricordato papa Ratzinger - è un altro dei grandi doni che il cristianesimo ha fatto al mondo intero (si confronti la tradizioni musicale dell'Occidente con quella altrui).

UN ABBANDONO FIGLIO DEL RELATIVISMO
Ancora Muti (con riferimento all'Italia): "E allora se noi non ci fortifichiamo nella consapevolezza della nostra cultura finiremo in pochi anni per diventare il museo del mondo". E giù duro: "Ma così diventiamo solo il paese della canzonetta, dimenticando il contributo fondamentale dell'Italia al mondo" (il Maestro non aveva ancora visto le scuole italiane rinunciare all'insegnamento della musica per non "offendere" gli studenti musulmani). Il Maestro se la prendeva con i "decenni e decenni di abbandono della cultura, come elemento che può accumunare un popolo e identificarlo". Tuttavia, questo abbandono è anch'esso figlio di una "cultura", la quale ha un nome preciso e si chiama relativismo politicamente corretto. Che non è altro che quanto è rimasto della "cultura" sessantottesca dopo che il marxismo, restato orfano del Sol dell'Avvenire, ha dovuto cambiare nome e andarsi cercare il "proletariato" in categorie umane diverse dall'"operaio".

[*] Titolo originale: «Sono solo canzonette» apparso su «Il Timone», febbraio 2016 (n. 150)
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