Perché i Vespri d'Organo?

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Autore: Can. M.° don Umberto Pineschi organista titolare del Duomo di Pistoia

Sezione Articoli

Una precisazione di don Umberto Pineschi

Quale è differenza tra un "concerto d'organo" e un cosiddetto "vespro d'organo"?

Perché i Vespri d'Organo?

di Umberto Pineschi

 

Perché i Vespri d’organo invece dei tradizionali concerti? 

La risposta la troviamo al n. 5 della nota orientativa “I concerti nelle chiese” della Commissione Episcopale per la Liturgia del 1988. “La riforma liturgica, ispirata alla veritas dei riti e alla partecipazione attiva e plenaria del popolo di Dio, ha investito anche il settore dell’arte musicale nel contesto culturale, riaffermando una necessaria gerarchia dei valori: l’arte è ancella della liturgia e il talento musicale è al servizio dell’assemblea orante. In questa luce alcune creazioni del passato potranno essere ricuperate, altre dovranno trovare la sede e il momento opportuno per la loro valorizzazione in chiave meditativa e spirituale al di fuori della liturgia”. I Vespri d’organo vogliono essere appunto “la sede e il momento opportuno” e ne hanno maggiori possibilità rispetto ai concerti. 

I Vespri d’organo intendono, poi, ribadire l’incidenza sulla realtà di oggi di due dati di fatto storicamente incontrovertibili: 

1. la presenza degli organi nelle chiese europee in genere ed italiane in particolare è dovuta alla loro funzione di ornamento della liturgia, prima ancora che a motivi estetico-culturali; 

2. la grande letteratura organistica italiana (e non solo) è stata composta esclusivamente, o perlomeno in massima parte, per uso liturgico e non a fini concertistici. 

Basterebbe, come illustrazione di questo concetto, quanto scrive Girolamo Diruta nella seconda parte del suo autorevole Transilvano (1622): “L’organista [...] quando vorrà sonar cosa mesta e divota, come si deve alla levatione del santissimo Corpo e Sangue del Nostro Signore GIESU CHRISTO, che tutti i fedeli in quel atto contemplano la sua Santissima Passione, così appunto deve fare l’organista: imitare con l’armonia del quarto, over secondo tuono quest’effetto della Santissima Passione (Libro Terzo, p. 11).” “Questo tuono [il quarto] e il secondo sono quasi di una medesima armonia; ve ne servirete per sonar alla levatione del Santissimo Corpo e Sangue de N. S. Giesu Christo, imitando con il sonare li duri e aspri tormenti della Passione (Libro Quarto, p. 22).” 

Per il Diruta, dunque, l’organista ha un compito pari, per importanza, a quello di un predicatore o di un catechista (è implicito, pertanto, che debba trattarsi di un credente). Considerare avulsi dalla liturgia l’organo di chiesa (specie quello italiano antico) e la sua letteratura, facendone fatti culturali autonomi, significa stravolgere indebitamente una chiara realtà storica. Tentativi di questo genere purtroppo esistono oggi. 

Qualcuno ha scritto recentemente che l’interesse per l’organo dovrebbe uscire “dall’àmbito delle sagrestie parrocchiali”, ovverosia avere una dimensione laica. È evidente che si tratta non solo di una interpretazione errata della storia di questo strumento, ma anche di un pericolo per il suo futuro (nuova letteratura e, soprattutto, improvvisazione) che è legato alla sua interconnessione con il servizio liturgico, realtà vivente in movimento e perciò stesso stimolante. L’alternativa è il confinamento dell’organo in una artificiale e ripetitiva dimensione museale. La frase riportata sopra sarebbe, tuttavia, paradossalmente perfetta qualora fosse intesa come la si intende per i sacerdoti celebranti che, escono, sì, dall’ “àmbito delle sagrestie”, ma per andare verso l’altare e immergersi completamente nel sacro. 

L’immersione nel sacro, del tipo di quella così vividamente descritta nei passi citati del Transilvano, è condizione irrinunciabile per un organista di chiesa che non voglia essere, per dirla con San Paolo, solo un inutile cymbalum tinniens o, peggio ancora, un fastidioso corpo estraneo alla celebrazione liturgica perché non in sintonia con essa.

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