Giancarlo Parodi e il mondo organistico italiano

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Autore: Paolo Bottini

Sezione Articoli

A colloquio con un musicista contemporaneo

Conversazione casereccia, amichevole e a ruota libera. Estremamente pratica e scevra da preziosismi, ma ricca di semplicità esistenziale. Meno speculazione, più pratica. Meno salotto, più operosità.

21010 Cardano Al Campo VA
Italia

 

Carissimo Maestro GIANCARLO PARODI, molti organisti (sia dilettanti che professionisti) che hanno cominciato il loro ministero prima del Concilio Vaticano II sono disgustati dalla sciatteria musicale vigente nella liturgia di tante chiese italiane: cinquant'anni fa non erano poche le parrocchie che avevano un organista titolare che, anche se non remunerato, era ufficialmente responsabile della musica e del canto, nonché della manutenzione dell'organo; nel frattempo molti di questi organisti hanno gettato la spugna perché esautorati da schiere di volonterosi incompetenti che - basta che suonino gratis et amore Dei - vengono accolti indiscriminatamente da certi Parroci: chi sono e dove sono ora questi sconfortati organisti e perché, nonostante le difficoltà palesi, tu non fai parte di coloro che hanno abbandonato il servizio liturgico?

 

Cercare di individuare dove si trovano gli organisti che hanno abbandonato per disgusto è assai difficile e penso che il passato non sia stato roseo come tutti tentano di far comprendere: non è vero che una volta andava tutto bene, che erano tutti bravi, anzi... erano peggio di oggi tanti organisti, ci sono più organisti preparati oggi di ieri nelle parrocchie normali, di paese; piuttosto c'era un repertorio più standardizzato.

 

 

Mi ricordo quando ho cominciato io la mia attività: le musiche erano quelle di Perosi, di Vittadini, Refice, Mitterer, Caudana, Pancaldi e tanti altri; poi c'era un certo repertorio popolare. Quando ho iniziato il mio servizio a Gallarate nel 1963, alla terza domenica del mese si cantava la messa in ambrosiano, anche se era un modo "maccheronico" di eseguirla, però si era conservata questa tradizione consolidatasi nel tempo. Anch'io ho avuto la grande crisi negli anni della riforma perché non si sapeva cosa fare. Poi c'erano parroci che subito hanno iniziato a lavorare a colpi di mazza, modificando tutto e abolendo persino la Schola cantorum. Sono dell'opinione che c'è stata una colpevole fretta nell'intendere i dettami del Concilio Vaticano II, e tanti si sono sentiti autorizzati a intervenire in maniera massiccia per portare in campo il cosiddetto "rinnovamento", questa è stata una grande difficoltà e un generale disorientamento. Io non ho abbandonato il servizio perché convinto che sia necessario dare sempre una mano secondo le nostre capacità, e mettendomi anche a lavorare per una liturgia rinnovata, dando il meglio di me... ho fatto il possibile per dare il mio contributo. Naturalmente, però, non ho mai tentato di "comandare" nella chiesa, sono propenso ad ubbidire dopo fraterno e schietto confronto. È molto importante il dialogo, ed è poco saggio pretendere che tutti i parroci capiscano la musica (succede raramente!), quindi si deve instaurare un rapporto di fiducia, di collaborazione, di discussione, sperando che sia reciproco.

 

 

Io personalmente non conosco organisti che dopo il Concilio abbiano "mollato", anche fra i miei maestri, per esempio, non ho fatto in tempo a vedere se lasciavano o no il servizio: molti sono morti, altri sono andati in pensione.

 

 

Non è vero che si facevano tanti concorsi per diventare organisti titolari, non mi risulta, anche nelle Cattedrali e nelle Basiliche. Ai miei tempi di gioventù, quando facevo il militare negli Alpini, esistevano diversi organisti che prestavano la loro opera gratuitamente pur di avere il libretto per la mutua, perciò si iscrivevano all'Enpals, così, muniti del prezioso libretto, potevano far apporre dal sacerdote le "marchette" di servizio.

 

 

Quindi è opinabile sostenere che sia stato bene quel che c'era ieri e male oggi: tutto sommato credo che sia cambiato solamente il genere di servizio dell'organista nella liturgia... Ricordo che verso gli anni 1950/55 (il miei primi approcci all'attività di organista) si iniziava a suonare al tocco della campana e si finiva alla lettura del Vangelo, per riprendere poi dopo l'omelia fino al termine della messa: si è modificato in maniera radicale il rapporto dell'organista rispetto alla liturgia.

 

 

La gente cantava meno e alle feste veniva per ascoltare il "concerto" di musica liturgica, cantato più o meno bene, si avvertiva molta presunzione nei cori, si sentivano anche esecuzioni orripilanti, bisogna pur dirlo. Forse perché sono stato sempre attivo sul campo, mi sono accorto poco di questa radicale trasformazione della liturgia. Cambiamento che ho realmente avvertito quando il mio prevosto di quegli anni, Monsignor Gianazza, mi disse: «Maestro, si cambia registro: la liturgia... in italiano! E cosa fèm?!». Mi ricordo che andai da Zardini, da Vitone, da Molfino (mio Maestro e amico straordinario!) e da altri compositori con i quali, per ovvî motivi, avevo sempre mantenuto ottimi rapporti umani e professionali: sono stato uno dei primi, per esempio, ad eseguire il bellissimo Gloria in lingua italiana di Italo Bianchi, mio attuale collega al Pontificio di Roma. Sono nate, in seguito alla riforma, delle ottime messe in italiano, da non confondersi con certi brani di musica proprio "leggera" che hanno preso piede nei vari gruppi che hanno fatto "parrocchiette" per conto loro, hanno formato dei propri repertori in cui è entrata la musica di intrattenimento spirituale gabellata per musica liturgica: questo è il grande danno che è nato nella musica di chiesa, ovvero si è confusa la musica da oratorio con la musica per la celebrazione liturgica, che è un'altra cosa.

 

 

Penso comunque che ci vogliano ancora parecchi anni per consolidare un repertorio degno di questo nome, che poi si rinnoverà ulteriormente.

 

 

Nasce prima il Parodi organista liturgico o il Parodi musicista in senso lato?

 

 

Direi quasi contemporaneamente. La mia famiglia - sono di Novi Ligure - volle farmi imparare uno strumento e iniziai con il pianoforte, per caso poi sentii un organo e da quel momento sono stato veramente folgorato. Poi andai dal mio maestro Berutti Bergotto, cieco, che non sapevo fosse l'organista della Collegiata, ed egli mi portò in cantoria e durante la predica mi faceva fare gli esercizi alla pedaliera del mio Serassi benedetto. Così ho avuto proprio dall'inizio un insegnamento di bottega, secondo la vecchia scuola: il mio maestro, che aveva l'orecchio assoluto, mi faceva imparare l'accompagnamento della Salve Regina, poi arrivava e si metteva a cantare il brano obbligandomi ad acchiappare subito la tonalità. Io studiavo in una scuola privata, ove veniva a farci gli esami il maestro Pedemonte del conservatorio di Genova al quale manifestai l'intenzione di andare a lezione di organo... e da quando ho cominciato a suonare Bach all'organo ho dovuto mettere gli occhiali... forse perché il maestro mi faceva subito scrivere il contrappunto direttamente nelle chiavi antiche!

 

 

Descrivi le tue mansioni di organista liturgico presso la Basilica di Gallarate e come sono i rapporti con il clero.

 

 

Inizialmente ero maestro di cappella, avevamo un bel coro che poi si è sfasciato: la Basilica è una parrocchia centrale grande, e quando hanno cominciato a suddividerla formando altre parrocchie... il centro dà quel che può. Il mio rapporto con il clero è di totale fraternità, oggi sono il più anziano in Basilica (dal 1963) tra quanti vi lavorano. Ho avuto sempre persone di grande comprensione, che mi hanno onorato della loro amicizia e stima: posso dire che da allora ad oggi sono arrivato in ritardo a suonare 4 o 5 volte! Ho viaggiato anche delle intere notti per essere in Basilica alle 8 del mattino per la prima S. Messa domenicale. Naturalmente non faccio discussioni sterili... io sono musicista, ma organista "a servizio di", non è la chiesa a servizio dell'organista, questa è la cosa che bisogna veramente capire: noi siamo a servizio della liturgia. E quindi, se c'è qualcosa che non ci convince, se ne può parlare tranquillamente, però alla fine io ubbidisco e sono anche dell'opinione che una musica brutta si può far diventare migliore, una musica bella peggiore a seconda di come si armonizza e di come si suona.

 

 

Capita, appunto, di sentire fior di organisti concertisti accompagnare il canto assembleare nella liturgia in maniera molto scipita e trasandata: non trovi che il fascino dell'organo come "orchestra" nasca innanzitutto nella liturgia proprio nell'occasione dell'accompagnamento del canto sacro, il quale, secondo il dettato del Concilio, è «parte integrante e necessaria della liturgia solenne».

 

 

Sono non solo convinto, ma certo di questo. I più bravi organisti liturgici li ho sentiti in Inghilterra: mi ricordo sempre nella Cattedrale di Darhum (Gran Bretagna) dove ascoltai suonare un organista anziano in maniera stupefacente, accompagnava un grande coro (che eseguì un Magnificat di un moderno autore inglese) realizzando una splendida esecuzione. Se io fossi un parroco, licenzierei immediatamente quell'organista che accompagnasse male il canto e non gli permetterei di metter più piede in cantoria, e qualora il parroco non sia in grado di discernere, che qualcuno sia in grado di avvertirlo, perché l'organista non è il concertista ma un collaboratore dell'azione liturgica. Bisogna fare attenzione però, certe assemblee se vengono accompagnate in maniera molto elaborata, possono perdere la tonalità, altre volte un accompagnamento elegante ma sobrio sostiene di più: è l'organista che deve accorgersi se può accompagnare in maniera più o meno forbita ed elaborata, in fin dei conti, quindi, è una questione di sensibilità personale e di conoscenza dell'ambiente. Ad esempio, per quanto concerne l'intonazione di un canto: estremamente efficace è farlo in maniera fugata (soggetto-risposta-soggetto-risposta-cadenza), così si imposta bene anche il tempo del canto e l'assemblea è facilitata ad attaccare. Poi dappertutto (anche qui a Gallarate, ma ci siamo ben organizzati) si sente l'esigenza di una voce-guida che intona e aiuta il canto dell'assemblea: bisognerebbe che queste persone, non dico conoscano la musica, ma almeno abbiano una sensibilità musicale in modo che sappiano trovare un perfetto accordo con l'organista accompagnatore, e gioverebbe in genere coordinare di più il lavoro e dedicarsi con maggiore attenzione a questo aspetto, anche se non è facile. Ad esempio: a mio parere non è opportuno fare un canto dopo la benedizione finale. In passato avevo preso l'abitudine di suonare l'organo venti minuti prima della messa: non veniva nessuno; poi di suonare un pezzo dopo la celebrazione, ma vanno via tutti, e allora... A noi manca questa tradizione.

 

 

Concerti nelle chiese: la proliferazione di manifestazioni concertistiche d'ogni sorta, spesso con gran concorso di finanziatori pubblici e/o privati, è certamente un bene per la cultura legata al mondo dell'organo, tuttavia non trovi che troppo spesso ormai vi si dedichi eccessiva energia a scapito di un auspicabile maggior investimento, anche economico naturalmente, nella qualità della musica nella liturgia?

 

 

Sono convinto di questo: l'inflazione concertistica è stata veramente di grande nocumento, quel che dicono circa l'estero (si riempiono le chiese...) è una pura favola. Verrà il momento che, a forza di propinare tutti questi "concertini" con "musichette" e "organini", il nostro pubblico rimarrà quello delle panche! Questo è un grande pericolo e bisogna offrire una certa cultura con grande attenzione; il pubblico non si forma attraverso il concerto. O si riesce a "creare" il pubblico facendo iniziative formative a livello scolastico o divulgativo in generale, oppure il concerto d'organo diventa una pura curiosità: classico esempio della chiesa piena all'inaugurazione dell'organo poi... te lo dico io! Se c'è troppa offerta, non c'è ricambio del pubblico. Poi bisogna anche avere l'oculatezza di formulare un programma appetibile, il concerto è anche spettacolo; sono invece convinto che una permanente e proficua educazione musicale si ottiene proprio con la musica liturgica. Quindi il concerto può essere un supporto, a latere della liturgia, organizzato in momenti ben precisi legati ai tempi liturgici e senza voler strafare. Non si possono sempre riempire le chiese come, ad esempio, nei luoghi turistici dove c'è costante ricambio di pubblico. Si rischia di promuovere grandiose rassegne con grandi nomi per poi ridursi al lumicino dell'impegno nella musica liturgica. Spesso i parroci, che lamentano l'assenza di organisti per la liturgia, sono scoraggiati a spendere decine di migliaia di euro per un organo nuovo o un restauro con la sola prospettiva di farlo sentire solamente in un concerto l'anno: com'è possibile? Se almeno si riuscisse a creare un "nocciolo duro" di persone agguerrite e competenti in ogni diocesi, allora le cose potrebbero migliorare, ma ti assicuro che tutti questi discorsi sono i medesimi che si facevano quarant'anni fa: bisognerebbe almeno tentare di educare non tanto i parroci, ma gli organisti a stilare programmi concertistici che siano il più possibile contestualizzati nella vita liturgica di quella singola parrocchia per il bene pastorale di quei parrocchiani.

 

 

Nuove musiche per l'organo moderno: che cosa, e come, comporre per affascinare ancora oggi i fedeli a messa nonchè il pubblico nei concerti?

 

 

Chi sa dare una risposta che possa avere un esito?! Innanzitutto dipende dall'estro del compositore; poi, agganciarsi a che cosa per riuscire a fare della musica che possa piacere sia nella liturgia come nel concerto? Una possibilità è quella di ispirarsi alla liturgia e ai suoi momenti forti, come ha fatto Charles Tournemire (di cui Paolo Delama assieme ad altri organisti a Trento ha recentemente proposto nella liturgia tutta la serie di pezzi espressamente scritti per il servizio liturgico): questo era tradizione nel Cinquecento e nel Seicento, anche i Ceciliani erano vicini a questo mondo, poi si è persa questa tradizione innanzitutto perché le scuole organistiche non si sono preoccupate di questa faccenda e poi ai nostri giorni si pensa prevalentemente alla musica antica e alla "prassi" esecutiva; il musicista odierno se usa un linguaggio "contemporaneo" non è capito perché c'è stato uno scollamento tra la cultura del pubblico e la cultura musicale ufficiale. Quindi... la musica, anche quella di chiesa, quali stilemi compositivi deve usare? La scrittura tradizionale, quella d'avanguardia... possiamo già considerare storica la dodecafonia, ad esempio... non è facile dare una risposta a tutto ciò, io personalmente non oso pronunziarmi; solamente so che la reazione del pubblico quando presento un programma di concerto è positiva quando suono dei pezzi relativamente facili, è meno positiva quando propongo dei pezzi di difficile assimilazione e ascolto. Il pubblico "normale" in Italia non ha una grande istruzione musicale, quindi: la scuola ha le sue colpe. Poi, la televisione cosa ci offre oggi? Inoltre, nella liturgia che cosa possiamo dare? Quali sono i compositori che si dedicano adeguatamente alla liturgia? Io non so, perciò, che risposta dare. Sarebbe tutto un lavoro di ricerca da parte di una commissione diocesana da svolgere, che dovrebbe coordinare per dare un preciso indirizzo e trovare la collaborazione di chi, a livello parrocchiale, segua questo indirizzo: ma questo coordinamento dovrebbe partire con ufficiali direttive alle diocesi da parte della CEI che dovrebbe investire migliori energie nella Liturgia, e di conseguenza nella Musica che della Liturgia è parte integrante.

 

 

L'arte organaria del XXI secolo: quali sono le considerazioni che ne faranno i nostri posteri?

 

 

I nostri posteri ci rideranno alle spalle, perché non abbiamo fatto altro che guardare all'indietro. Fino a quando non intraprenderemo qualcosa di veramente nuovo?! Con il coraggio, ad esempio, di usare nuove tecnologie, anche d'avanguardia: abbiamo un patrimonio di organi antichi talmente sostanzioso che non c'è bisogno di andare ancora a copiare l'organo antico, dobbiamo fare come hanno fatto nell'Ottocento e nel primo Novecento, come hanno fatto nel Settecento rispetto al Cinquecento. Ma cosa potranno dire i nostri posteri di noi, che ci illudiamo con le copie di antichi organi? Allora, ripeto, deve venire il momento in cui entreranno in campo delle nuove tecnologie, io credo in questa possibilità; oppure lasciamo l'organo così com'è rimasto, così come, ad esempio, molti altri strumenti dopo gli sviluppi organologici occorsi tra Ottocento e Novecento sono rimasti tali e quali e non hanno più subito modifiche. Se ci fosse in campo organario una vera ricerca, potremmo pensare alla possibilità di una valida fusione tra organo ed elettronica, ma la ricerca non so fino a che punto possa essere valida per quanto riguarda la musica liturgica, la quale deve avere la possibilità di parlare all'uomo d'oggi ma con dei mezzi accessibili. È indubbio che la ricerca e lo studio delle opere del passato sia stata di fondamentale importanza - pensiamo agli studi, per esempio, di Renato Lunelli, Ferdinando Tagliavini, Oscar Mischiati in Italia - però ci siamo fermati lì: è ora di procedere oltre!

 

 

Riguardo Lunelli: sei fondatore di una associazione organistica a Trento, tutt'oggi operante, intitolata a questo personaggio: chi era costui e perché è da considerarsi importante nel movimento organario italiano?

 

 

Lunelli è stato veramente il padre degli studi organarî in Italia, studioso di grandissimo talento e di sapere illuminato, fondatore assieme a Luigi Ferdinando Tagliavini della celebre rivista «L'Organo», i suoi studi sono ritenuti tutt'ora fondamentali, tanto più che i suoi libri li ho visti considerati in tutto il mondo. Era organista titolare della chiesa di Santa Maria Maggiore a Trento.

 

 

Chi sono i maggiori compositori italiani del novecento organistico da additare ai giovani studenti d'oggi quali fulgidi esempi da imitare affinché si rinnovi la tradizione compositiva?

 

 

Morto il grande Marco Enrico Bossi ci sono rimasti i compositori ceciliani quali Matthey, Ravanello, Capocci, Bottazzo, Yon,...; ancora più recentemente Santucci, Zardini, Vitone, Bartolucci e molti altri, ma effettivamente la produzione per l'organo - dal punto di vista concertistico soprattutto - è diminuita e questi autori non sono entrati poi, veramente, nel grande circuito concertistico; all'estero invece c'è stata una notevole continuazione della tradizione creativa riguardante l'organo, ad esempio: noi un Petr Eben o un Messiaen non l'abbiamo.

 

 

La tua internazionale attività concertistica ti ha portato a vedere com'è il mondo dell'organo oltr'alpe e oltre oceano: sembra che nel complesso le cose vadano alquanto meglio che nel nostro Paese. Quali sono a tuo parere le cause della nostra arretratezza culturale?

 

 

All'estero il titolo artistico più valido è quello di essere "titolari" di un organo in una chiesa più o meno importante; da noi invece la titolarità di uno strumento anche importante in una chiesa non dà prestigio artistico, si ritiene più prestigioso essere titolari di una cattedra in conservatorio, ove, tra l'altro, le materie sempre più prese "sotto gamba" sono proprio quelle liturgiche ovvero il canto gregoriano, l'improvvisazione eccetera, materie invece adeguatamente considerate nei Pontifici Istituti di Musica Sacra di Roma e di Milano. Inoltre, l'organista d'oltr'alpe è da sempre una figura ecclesiale, che fa parte della parrocchia, (ad esempio Buxtehude era anche amministratore della sua chiesa, se non sbaglio), cosa che invece non è mai successa qui da noi e a tutt'oggi in Italia credo non sia abitudine che un organista faccia parte del Consiglio Parrocchiale. Tuttavia un Luigi Picchi era un organista liturgico tenuto in grande considerazione, un Marco Enrico Bossi invece non era un assiduo organista di chiesa, ha fatto il concertista, il compositore, direi l'ultimo organista che ha vissuto facendo questa attività. Sandro Dalla Libera, ad esempio, non so se fosse organista di chiesa però, come tanti altri, era docente in conservatorio. Germani era organista di San Pietro in Vaticano, ma mi risulta fosse un titolo onorifico e non so se abbia mai svolto effettivamente servizio liturgico. Questa lacuna che abbiamo, quindi, è dovuta sostanzialmente a cause culturali. In Spagna mi consta che gli organisti fossero sacerdoti, come oggi è Martorell, solo adesso cominciano ad esserci organisti di chiesa laici. Così in Italia il concertista s'è separato dalla liturgia perché, effettivamente, gli spazi musicali nella liturgia sono cambiati; è veramente una figura che si sta trasformando, e in questo senso il concertista non può "esibirsi" nella liturgia nello stesso modo in cui lo fa in un concerto, sono due funzioni ben distinte. Ecco perché sono convinto che il concerto debba pure trasformarsi in una irripetibile occasione para-liturgica per esaltare le tematiche tipiche di ciascun tempo liturgico: allora avremmo una funzione di educazione, di formazione. Ad esempio, una musica come l'Arte della Fuga di Bach, come si potrebbe introdurre in un simile contesto? Basterebbe usare letture bibliche tra un contrappunto e l'altro, così l'ascolto da parte del pubblico assumerebbe una prospettiva stupefacente. Una carta, pure, vincente è lo sfruttamento dell'arte dell'improvvisazione.

 

 

Infatti l'improvvisazione è arte raccomandabile per un organista liturgico: perché negli ultimi decenni è stata insegnata così superficialmente nei nostri Conservatori?

 

 

Perché forse la figura italiana dell'organista improvvisatore si era persa proprio con Marco Enrico Bossi, anche se un don Nicola Vitone, prima citato, improvvisava molto bene, pure padre Zardini e, notare, essi erano pure ferrati compositori: direi che l'interesse per l'improvvisazione è calato di pari passo alla svogliatezza dei docenti nel dare basi solide innanzitutto nella composizione. Nella mia carriera di docente di conservatorio ho fatto parte di numerose commissioni d'esame è ho constatato che alcuni insegnanti non sapevano bene la composizione. Io stesso, dico la verità, non ho curato l'improvvisazione, arte verso cui ho, personalmente, una certa diffidenza... chi non possiede un vero talento naturale, rischia di imparare degli schemi fissi che poi deve ripetere costantemente. Io stesso avrei voluto, tuttavia, coltivarla, ma non ne ho avuto la possibilità... ho dovuto lavorare per la zuppa ed ero talmente impegnato che ho preferito volgere lo sguardo verso la realizzazione di programmi da concerto: se avessi avuto altri stimoli probabilmente avrei anche curato di più l'improvvisazione, che richiede un lavoro di applicazione quotidiano esattamente come la composizione scritta. L'aumentare degli impegni didattici, concertistici, di famiglia e l'ininterrotto servizio liturgico a Gallarate non mi hanno consentito di esercitarmi con metodo all'arte dell'improvvisazione.

 

 

Ritornando alla tua domanda, il conservatorio, effettivamente, non permette, con 12 ore di insegnamento settimanali per 10/13 alunni, di insegnare approfonditamente la letteratura, l'armonia e il contrappunto, la fuga e il mottetto, l'accompagnamento gregoriano, lettura in chiavi antiche, storia dell'organo, il pianoforte e l'improvvisazione (cenerentola...): tutto questo lavoro affidato a un solo docente! E allora ci si limita ad insegnare, con fatica, l'improvvisazione di un breve versetto, magari nella forma A-B-A.

 

 

Ora che sei in pensione in qualità di docente statale, puoi in effetti trarre un definitivo bilancio della tua esperienza di didatta nei Conservatori italiani...

 

 

Ho avuto degli allievi splendidi, eccezionali, alcuni meno, ma nel complesso è stata un'esperienza che mi ha arricchito: ora che sono in pensione devo confessare che mi manca l'insegnamento dell'armonia e del contrappunto. Nell'ultimo anno di docenza, in verità, non ne potevo più, soprattutto a causa della fissità dei programmi. Per anni sempre gli stessi pezzi e anche, direi, per l'eccessivo carico di lavoro sulle spalle del singolo insegnante di organo principale.

 

 

Il Pontificio Istituto di Musica Sacra in Vaticano ospita soprattutto allievi stranieri: come mai i musicisti di chiesa italiani non ritengono opportuno studiarvi?

 

 

Al Pontificio studiano tantissimi allievi stranieri; abbiamo meno frequenza di italiani forse per l'elevato numero di discipline, per l'obbligo di frequenza che impone il trasferimento a Roma per seguire tutte le lezioni. L'Istituto offre veramente una altissima formazione liturgico-musicale sia per i laici che per sacerdoti e religiosi, visto che abbiamo anche una buona percentuale di persone consacrate in qualità di allievi.

 

 

Si va dicendo sempre più spesso che i nostri seminaristi dovrebbero tornare a ricevere una educazione musicale di base, in modo che, da parroci, non siano nemmeno tentati a perpetrare scempi né alla liturgia né agli organi; d'altro canto non è forse vero che in ogni chiesa l'organista di turno - chiunque sia - dovrebbe aver obbligo di studi liturgico-teologici oltre che musicali?

 

 

Questo è quello che si tenderebbe ad ottenere, per adesso non è così! È qui che si renderebbe necessario proprio un intervento preciso dell'Autorità ecclesiastica, non solo italiana ma anche a livello di Vaticano, come va auspicando da tempo il preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra Mons. Valentino Miserachs Grau: una commissione pontificia che emani ufficiali direttive a tutte le diocesi del mondo in fatto di canto e di musica per il culto. Abbiamo un vuoto normativo, veramente, che bisogna colmare quanto prima.

 

 

Infatti a tutt'oggi, a quarant'anni suonati dalla riforma liturgica del Vaticano II (riforma che ha origini in Germania già nella seconda metà dell'Ottocento), sembra che il settore della musica sacra - che della liturgia è parte integrante, necessaria, addirittura, per quanto concerne il canto sacro unito alle parole - non sia un problema particolarmente sentito nell'ambito delle istituzioni vaticane, tanto che non esiste ancora, appunto, una congregazione o un pontificio consiglio deputato alla sua regolamentazione e miglior andamento: pensi che Benedetto XVI contribuirà ad una puntualizzazione della vexata quæstio?

 

 

Mi auguro ci possa riuscire, perché sono certo che Egli ha ben presente la situazione e le problematiche sul campo, e certamente si prodigherà per fare qualcosa in proposito.

 

 

Attualmente nella Chiesa italiana, servono la liturgia, così come è sempre stato più o meno, organisti sia professionisti (ovvero con riconosciuti titoli di studio accademici) sia dilettanti (nel senso nobile della parola), più o meno regolarmente remunerati, oppure che operino nello spirito del più puro volontariato culturale; per convenienza e inerzia le nostre parrocchie tendono a favorire l'ingresso dei dilettanti piuttosto che dei professionisti: non è giunto il momento che la Chiesa Cattolica Italiana richieda una obbligatoria formazione liturgico-musicale di tutti i musicisti di chiesa ad ogni livello, riconoscendo un equo onorario a chi dimostri di mettersi a completa disposizione della vita comunitaria in parrocchia?

 

 

Potrebbe essere auspicabile, anche se io penso - e qui mi attirerò le ire di qualcuno - che alcuni dilettanti siano più idonei di alcuni professionisti a far l'organista di chiesa. So che molti professionisti ritengono che dalla "categoria" dell'organista di chiesa debbano essere tassativamente escluse persone che non abbiano fatto regolari studi e ricevuto ufficiali titoli riconosciuti dallo Stato o dalla Chiesa, e questo potrebbe alla fine anche accadere se tutte le diocesi creassero degli specifici corsi abilitanti di alto livello. Del resto anche attualmente il diploma di conservatorio non è garanzia di effettiva professionalità, soprattutto nel campo della musica liturgica, anzi... Invece molti dilettanti, pur non essendo magari genî musicali, fanno un encomiabile servizio alla Chiesa, studiando e perfezionandosi con passione pur non avendo raggiunto una eccellenza tecnico-esecutiva. Anche un'associazione di organisti come la nostra AIOC è giusto che ammetta anche chi non è in possesso di titoli di studio rilasciati da un Conservatorio di Stato o da una scuola diocesana e non sarebbe nemmeno giusto fare degli esami di ammissione: l'importante che ci sia un'attestazione del parroco che ne certifichi la costanza e la discrezione nel servizio, con l'auspicio, magari, di un ulteriore miglioramento con la frequentazione di corsi diocesani, ove esistenti, o nazionali di musica per la liturgia.

 

 

Qual'è il tuo ruolo nella commissione per la musica sacra nella diocesi di Milano?

 

 

Una volta mi occupavo degli organi dal punto di vista della tutela del bene artistico e storico, poi il discorso si è allargato alla musica per la liturgia: si discute delle varie situazioni che di volta in volta si presentano, sui canti da proporre, sui convegni per organisti e per direttori di coro; il responsabile è Mons. Giancarlo Boretti.

 

 

Hai insegnato per qualche tempo nei Seminari milanesi accanto a Dionigi Tettamanzi, attuale Cardinale Arcivescovo di Milano...

 

 

Non tutti sanno che il Cardinale è organista ed io, essendo stato Suo collega d'insegnamento in Seminario a Venegono negli anni Sessanta, ho mantenuto con Sua Eminenza ottimi rapporti... Il Cardinale, appassionato di musica, ha composto alcuni canti per la liturgia e so che poteva anche avviarsi alla carriera musicale... invece è diventato quel che è ora: anche da lui ho imparato, posso dire, il concetto di "servizio" musicale alla liturgia. Vorrei farti una riflessione: il Pastore della chiesa non può esimersi, poniamo, dal congratularsi incoraggiando qualsiasi musicista di qualsiasi chiesa nella quale egli si trovi a celebrare, trovandosi in una posizione tale che non gli consente, per ovvî motivi, di criticare quanti si prestano per la buona riuscita della Celebrazione. Quindi: un conto è ragionare da musicista, altro da uno che ha la responsabilità di una chiesa, sia esso parroco, vescovo, cardinale o Papa! Inoltre: noi musicisti facciamo presto a inalberarci, ma se il parroco mi chiede di accompagnare un canto scadente, io organista a servizio, dopo aver fatto eventuali, anche dure, rimostranze, non posso rifiutarmi di accompagnarlo e alla fine lo accompagno ugualmente. Perché?... perché io sono lì a servire, e nel caso mi rifiutassi dovrei meritarmi di essere allontanato dal servizio liturgico! Ho fatto personalmente diverse esperienze a Gallarate anche con ragazzi che suonano la chitarra, pieni di fede e di entusiasmo (coadiuvati e istruiti da un nostro sacerdote diplomato al conservatorio di Milano in oboe): in nome della musica possiamo forse escluderli dal Tempio?!... Io, piuttosto, offro la mia professionalità, umilmente, e darò loro consiglio su come migliorare la loro prestazione. Credo sia questo un corretto, e doveroso, comportamento! Registro, purtroppo, notevole presunzione in certi colleghi a questo proposito, essi desiderano far piazza pulita da qualsiasi forma di dilettantismo musicale nella Chiesa: a questi io dico, semplicemente, di mettersi il cuore in pace, perché la Chiesa non vive di sola musica, la Chiesa deve attendere a urgenze pastorali a cui, indubbiamente, può venire in aiuto una buona pastorale della musica per la liturgia, ma la musica è solo una parte della vita della Chiesa. Forse dimentichiamo che anche il buon Bach era a SERVIZIO della Chiesa in Lipsia...

 

 

L'Ottocento organistico italiano, pur risentendo di recente rinnovata considerazione, tende generalmente ad essere ancora sottovalutato dagli organisti: cosa possiamo fare per rivalutare ai loro occhi questo repertorio?

 

 

Dobbiamo fare in modo, molto semplicemente, che gli organisti italiani... s'istruiscano! Manca una formazione e soprattutto una elasticità negli interessi culturali. Io sostengo che noi abbiamo tanti organisti e pochi musicisti! Chi conosce ad esempio i quartetti per archi di Donizetti?! E le fughe di Coccon, organista di San Marco a Venezia, chi le conosce?! Questa musica non è che sia più o meno interessante, è una musica diversa e una maniera differente di considerare l'organo: per gli organisti del nostro Ottocento l'organo polifonico quasi non esiste, trionfa invece la melodia accompagnata. Naturalmente bisognerebbe anche conoscere di più la nostra tradizione vocale, non solo quella operistica ma anche tutta l'immensa produzione sacra coeva, insomma avere maggiore coscienza della cultura "nazionale" italiana. Ravel diceva: meno Nord e più Francia! Io dico: meno Nord e più Italia! Ho conosciuto in Spagna un celebre organista-compositore di Colonia, Stockmeier, il quale rimproverava noi italiani di obliare completamente Bossi. Tornando all'Ottocento: Vincenzo Antonio Petrali è un grande, così prima di lui Padre Davide da Bergamo, ottimo musicista: di quest'ultimo ho recentemente suonato, con successo, una meravigliosa sinfonia al Caikowskij Concert Hall di Mosca, ove c'è un grande organo a quattro tastiere! Dobbiamo pensare che non c'è una linea diritta nella musica, essa è come un fiume che ha tante sponde, tante possibilità: non capire la bellezza di una melodia accompagnata, sbavando invece per una fuga solamente perché è complicata, frutto di solo calcolo..., ciò mi lascia molto perplesso. È una concezione diversa dell'organo, non è migliore o peggiore, solo differente: io sono convinto di ciò. Mi ricordo che, tempo fa, quando suonavo l'Ottocento mi prendevano in giro, poi... l'hanno scoperto, ma soprattutto all'estero veniva apprezzato tantissimo... del resto anche Verdi è per alcuni quello dell'um-pap-pà. Io non capisco questi steccati: la musica si esprime secondo i momenti storici, gli ambienti, la sensibilità di una determinata stirpe, è un divenire continuo. È così che anche oggi dobbiamo avere il coraggio di andare avanti cercando di affrancarci dalla "prigione" filologica, invece sembra che il nostro contesto culturale ci abbia portato spontaneamente a vedere da noi il deserto e oltr'alpe l'eldorado! Detto ciò, ogni genere di musica, in ogni tempo, contiene musica buona e musica cattiva, cose risibili e perle. L'unico collega che aveva capito la mia operazione divulgativa riguardante l'Ottocento organistico italiano è stato il Maestro Paolo Marenzi di cui, credo, molti conoscono la raccolta, da lui curata, di pezzi composti da padre Davide da Bergamo edita da Forni in stampa anastatica.

 

 

Cosa ti senti di dire, infine, a qualsiasi musicista di chiesa che abbia letto la nostra cordiale conversazione, per la quale sono a ringraziarti a nome della "Associazione Italiana Organisti di Chiesa"?

 

 

A chiunque sia al servizio della liturgia nella Chiesa Cattolica, mi sento di formulare il più cordiale augurio affinché possa ricevere in dono la FEDE in Gesù Cristo Risorto: essa sola può fondare quella sana SPERANZA che ci porta a guardare sempre con ottimismo "ad maiora", unitamente al sostegno di quella CARITÀ che San Paolo raccomanda così vivamente e che il nostro papa Benedetto XVI ha voluto recentemente confermare nella Sua prima lettera enciclica.

 

 

 

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