La Chiesa di riscatta con la musica, di Pellegrino Santucci

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Il 29 giugno del 1985, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nella Basilica di S. Pietro in Vaticano, in occasione della messa pontificale presieduta da papa Giovanni Paolo II, venne eseguita la "Krönungs-Messe" (Messa dell'Incoronazione) K. 317 di Wolfgang Amadeus Mozart. Esecutori: Herbert von Karajan alla testa dei Wiener Philharmoniker e del coro Wiener Singverein. Cliccando il seguente collegamento è possibile vedere integralmente la celebrazione liturgica. Segnaliamo, inoltre, la cronaca apparsa su Repubblica a firma di Rino Alessi.

Vogliamo ricordare quella "storica" celebrazione, che tante polemiche suscitò negli ambienti progressisti/modernisti contro Giovanni Paolo II (a partire dal periodico «Vita Pastorale», n. 8-9, agosto-settembre 1985) con le parole che scrisse all'epoca p. Pellegrino SANTUCCI, direttore della Cappella Musicale Arcivescovile di Santa Maria dei Servi in Bologna e personaggio di riferimento nell'ambito della musica sacra in Italia nella seconda metà del secolo XX.

 

 

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LA CHIESA SI RISCATTA CON LA MUSICA

 

di

 

p. Pellegrino Santucci O.S.M.

 

 

 

Il 29 Giugno 1985 segna una svolta «traumatica» nella storia della Musica Sacra: Mozart, Karajan e Woytjla in S. Pietro per un matrimonio... a tre! 

 

 

Karajan e Woitjla — Sono passate appena poche ore dalla «storica» esecuzione di una Messa di Mozart in S. Pietro che già è polemica: si torna indietro, si rinnegano le conquiste del Vaticano II, siamo in piena «restaurazione»; parola quest'ultima che fa gelare il sangue nelle vene. 

 

E chi non restaurerebbe volentieri un organo o un quadro qualora ce ne fosse bisogno o se ne presentasse l'occasione? 

 

Per quanto attiene la musica sacra — o meglio — liturgica, credo che il termine «restaurazione» dica ben poco se penso ai rospi che abbiamo dovuto ingoiare in questi ultimi venti anni, in nome... in nome di che cosa? In nome dell'arroganza, della presunzione, del riformismo, del dilettantismo manovrati da un manipolo di furbi che hanno imposto alla maggioranza ciò che il Vaticano II mai si è sognato di imporre. 

 

Su, amici, siamo onesti almeno verso noi stessi e confessiamo che troppa musica liturgica (a parte le solite lodevolissime eccezioni) è merce avariata che solo un funesto contrabbando ha potuto spacciare per buona. 

 

Le lamentele di cui tutti siamo fatti oggetto da ogni ceto di persone e di cui tutta la stampa — non soggetta a ideologie perverse — ha dato notizia, sono ormai tali e tante da non aver bisogno di essere qui ricordate. 

 

Ripeto: siamo onesti e sinceri e in nome dell'onestà e della sincerità, gridiamo ai quattro venti che sotto l'aspetto musicale i disposti del Vaticano II e le attese dei fedeli troppo spesso sono stati traditi. 

 

È opinione comune che mai la musica sacra abbia subito il degrado che ci è dato di osservare; mai come oggi la musica è stata mortificata dagli stessi uomini di chiesa. 

 

Quanto accadeva prima della riforma di San Pio X almeno divertiva la gente; oggi la fa solo arrabbiare. È necessario un ripensamento — non certo all'insegna della paventata “restaurazione”, ma proprio nello spirito e nella lettera del Vaticano II. 

 

Ci si deve convincere che la musica («Dei donum» secondo gli antichi) è una cosa seria; inserita nel culto lo è ancora di più; sposata alla Liturgia dà vita al più bello dei matrimoni.

 

In nome della cultura, dell'arte e della stessa religione dobbiamo spogliarci di tutte la caricature musicali con cui si sono abbruttiti i riti e infastiditi i fedeli. 

 

Dobbiamo addirittura chiedere perdono per le sistematiche profanazioni con cui all'insegna del più vieto populismo ci siamo illusi di riempire le chiese mentre ne sloggiavamo anche gli ultimi occupanti. 

 

 

Verifica — Ciò premesso, veniamo ad un fatto clamoroso del giorno, quello che ha suscitato tale e tanto clamore da coinvolgere una quarantina di reti televisive con milioni e milioni di spettatori. 

 

Innanzi tutto Mozart. Leggendo i giornali, quella Messa sarebbe il «non plus ultra» della musica sacra, specialmente il «Credo». Penso che siamo in molti a ritenere che la «Messa dell'Incoronazione» una più che modesta composizione. 

 

Si sa il Card. Colloredo voleva «Messe brevi» della durata di non più di 45 minuti, tutto compreso. In una famosa lettera a Padre Martini, Mozart lamentò questo, dicendo di invidiare gli italiani che potevano sbizzarrirsi anche in Chiesa, se è vero che i famosi «Vesperoni» dell'Aldeaga (sec. XIX) duravano due ore e mezzo e i quattro solisti interessati al Salmo «Laudate Pueri» (durata 54 m.m.) venivano sostituiti perché alla fine gli esecutori erano senza fiato…

 

Quasi tutta la Messa sa di «consumismo» piuttosto mediocre: il famoso Credo è di un taglio di corsa al cronometro. Rimane l'Agnus Dei. Che meraviglia, quanta dolcezza, che melodiosità, quanto affetto, quanta poesia... Non so più quali espressioni usare per esaltare questo Agnus Dei. Riscatta tutta la Messa...

 

 

Karajan — Un mago e tale resta: certo ha dato ai suoi «fans» una lezione rede veramente singolare: tutto ha studiato per non disturbare il Rito. Niente bacchetta; coristi in alta uniforme che cantano a memoria; esecuzione dell'Ave Verum di Mozart con solo Organo per dare la possibilità a Karajan e ai suoi di accostarsi all'Eucarestia nel massimo raccoglimento possibile. È stata una lezione di stile. 

 

 

Liturgia — Qui ci siamo! Con l'esecuzione del 28/6/1985 il Vaticano II è andato a farsi benedire. Cito il «servizio» di Pinzauti (30/6/1985, Resto del Carlino):

- «Karajan, insomma, non ha intaccato in nulla la solennità di un rito secolare, né il suo nome è stato oggetto di un qualsiasi accenno da parte del Papa nel corso dell'Omelia, quando ha salutato la delegazione ortodossa e i metropoliti giunti da ogni parte del mondo. Ma Karajan ha indubbiamente svelato qualcosa che forse sfugge ai frequentatori delle sale da Concerto, quali che siano le loro professioni di fede: 'il rapporto vitale col rito'. Per questo il mescolarsi di Mozart col gregoriano e con i mottetti moderni (composti per il Coro della Sistina dal suo "maestro perpetuo", Mons. Bartolucci) ha rivelato una "verità" che deve aver suscitato una particolare commozione, specialmente in quanti avvertono, della Chiesa, almeno la grandiosità di fenomeno storico irripetibile, profondamente ancorato in una società che di tanto in tanto ne discopre i più profondi legami culturali».

 

Credo che su questo siamo tutti d'accordo, ma... e la famosa partecipazione dell'assemblea? E qui casca l'asino!... Non mi illudo di convincere i miei lettori ad accettare tesi oggi in disuso; nessuno però riuscirà mai a convincere me circa il modo di «partecipare» a un rito.

 

Un pubblico che a teatro assiste ad un'opera di Wagner, cantata in tedesco, e che alla fine esplode in un uragano di applausi, senza aver capito un sola parola di quella lingua, non ha partecipato forse come gli stessi attori? Cerchiamo anche qui di capirci: sono tanti i modi di partecipazione a un rito: non è assolutamente vero che quello di cantare «una voce» sia il più efficace anche se pastoralmente il più indicato e il più auspicabile. 

 

Ma anche qui, attenzione: il Vangelo potrebbe sconfessarci «questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me»... Il che fa supporre che per lodare il buon Dio non basta muovere le labbra: bisogna realizzare quello che i Salmi chiamano «Sacrificium laudis», un «sacrificium» che per essere tale suppone un'interiorità tutta particolare.

 

Sono perfettamente d'accordo sulla partecipazione di cui si parla oggi, anche se non è una scoperta di oggi: «perché il popolo canti» fu speranza e in gran parte realtà di generazioni precedenti; non a caso, perfino nella mia laica Romagna, in tutte le Chiese i Canti Gregoriani più elementari (compresa la «Messa De Angelis», da «Requiem» e magari anche «Cum Jubilo» e «Lux et Origo») e i canti in volgare di normale repertorio erano patrimonio di sicura conquista da molto tempo.

 

Comunque ognuno la pensi, resta della nuova liturgia un fatto indiscusso e indiscutibile: il dirigismo di un tempo è stato sostituito da un saggio pluralismo, purtroppo oggi fanaticamente a senso unico. 

 

Si impongono solo certe cose in barba a quanto espressamente la Costituzione liturgica esige, non solo, ma mentre da una parte si tollerano, si approvano e s'incoraggiano «pazzie senili» e giovanili, dall'altra si arriva addirittura al divieto proprio di ciò che è obbligato, se è vero, com'è vero, che esistono articoli della citata Costituzione che non ammettono senza incertezze di sorta: Art. 36/1 della Costituzione Conciliare "Sacrosanctum Concilium": «L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini». Art. 54: «Si abbia cura che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme anche in lingua latina, le parti dell'ordinario che loro spettano». Art. 116: La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della Liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale».

 

Dopo Mozart, Beethoven e ancora in S. Pietro, festa di Tutti i Santi 1988! Protagonista ancora il Papa, che con la sua presenza incoraggia, avalla, giustifica un modo nuovo e solenne (pluralismo!) di celebrare il rito della Santa Messa. Per fortuna questa volta le cicale dell'oltranzismo hanno taciuto.  Resipiscenza o buon senso? Io vorrei credere nell'una come nell’altro.  Ma bisogna continuare: con un pluralismo inteso nella sua formulazione più seria c'è spazio per tutti.  La Messa è una sola, i modi di solennizzarla e renderla viva sono tanti. 

Si tratta solo di vincere la pigrizia e dare più spazio a quello che deve e può essere una vera ed autentica creatività nell’ambito delle leggi della Chiesa e, ripetiamolo ancora, di un elementare buon gusto. [...]. 

 

L'ho già scritto: non è credibile, non è assolutamente credibile che nelle grandi Basiliche, nelle Chiese conventuali di grande interesse nelle Chiese dalla più eterogenea affluenza turistica, ci si ostini a bestemmiare (il termine è misuratissimo!) un volgare che pochi capiscono e che tutti rifiutano, vuoi per l'esibizionismo infantile dell'«animatore», vuoi per la virulenza di altoparlanti striduli e rabbiosi, vuoi per la miseria e la meschinità di musichette che ormai infastidiscono anche i topi delle nostre sagrestie. [...]

 

 

[testo tratto da: Pellegrino Santucci, “Consonanze e Dissonanze”, Bologna 1993, pp. 66/69]

 

Sezione: 
Autore: 
Pellegrino Santucci
Qualifica autore: 
Frate dell'ordine dei Servi di Maria, musicista e musicologo