Pietro Alessandro Yon

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Pietro Alessandro Yon, organista e compositore italiano naturalizzato statunitense, nacque a Settimo Vittone l'8 agosto 1886. Studiò presso i conservatori di Milano e di Torino, inoltre frequentò l'Accademia nazionale di Santa Cecilia a Roma. Fu per breve periodo organista in Vaticano e nel 1907 si trasferì negli Stati Uniti, dove successivamente ottenne la cittadinanza statunitense. Da allora e fino al 1926 fu organista della chiesa di St. Francis Xavier, nel 1926 venne nominato organista della cattedrale di S. Patrizio a New York. Concertista d'organo, Yon fu anche prolifico compositore, componendo Scrisse per organo, pianoforte e orchestra. Morì a Huntington  22 novembre 1943. Tra gli allievi si ricordano Cole Porter, Georges-Émile Tanguay e il suo figlioccio Norman Dello Joio.

 

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In un suo bellissimo saggio Massimo Nosetti (1960-2013) coniò, nel titolo del suo lavoro, una icona sintetica ed efficace del suo conterraneo Pietro Alessandro Yon: Italian virtuoso. In due parole, abilmente connesse, c’è la sintesi di un artista che fece del virtuosismo organistico una condizione di vita e della sua italianità di emigrante in America, l’immagine di un uomo di successo. Quando nacque nel 1886 a Settimo Vittone – paese della campagna torinese che guarda verso la Valle d’Aosta – nessuno avrebbe immaginato che il quarto dei dieci figli di Antonio e Margherita Yon si sarebbe affermato come uno dei più importanti concertisti americani, che sarebbe arrivato a essere il titolare di St. Patrick a New York, nella chiesa e sullo strumento più ambiti per un musicista sacro e che avrebbe portato, con onore, il titolo di “Director of music” di quella cattedrale così importante, attorno alla quale si stagliavano i palazzi di una metropoli che era in rapidissima evoluzione sociale e culturale. In America, Pietro, ci era arrivato perché già suo fratello Costantino si era trasferito laggiù, dall’altra parte del mondo. Al successo, invece, ci arrivò perché, oltre alle doti naturali che accompagnano chi nasce musicista, c’era una scuola seria e una formazione che poteva far presagire l’affermazione di un organista chiamato a svolgere il suo lavoro. Lo aveva scoperto, per così dire, Angelo Burbatti (1868-1946), titolare della cattedrale di Ivrea, che lo consegnò prima al Conservatorio di Milano e poi a quello di Torino, dove consolidò gli studi organistici sotto lo sguardo vigile di un tecnico come Roberto Remondi (1850-1928) e di un compositore come Giovanni Bolzoni (direttore del Liceo Musicale di Torino dal 1889 al 1918). A diciotto anni, Yon è a Roma: vi trova Giovanni Sgambati (allievo di Liszt) per il pianoforte, Cesare De Sanctis per la composizione e, soprattutto, Remigio Renzi, il primo degli organisti romani, che lo condurrà a un brillante diploma d’organo nel 1906. Chi sa leggere attraverso i nomi di questi docenti, comprenderà che il “vestito musicale” di Pietro Alessandro Yon era di ottima fattura, un tessuto destinato a durare nel tempo, di un colore lontano da certo cecilianesimo che andava prendendo forma e nato per il corto respiro della composizione destinata alle liturgie delle parrocchie del tempo. Ma il “Nuovo Mondo” è un’altra cosa. Nel 1907 è già organista nella chiesa dei gesuiti di St. Francis Xaver. Nel 1914, fonda col fratello una scuola di musica che non passò inosservata: la Yon Music Studios. Anzi, fu la vera prima occasione di successo anche economico oltre che didattico, da parte del musicista. L’inizio della attività concertistica, proprio in quello stesso anno, svela anche l’intelligenza innovativa di Yon. Nasce con lui l’esperienza del concerto d’organo solistico, fino ad allora non coltivato negli Stati Uniti. Yon esegue e compone per un nuovo modo di presentare la letteratura organistica di livello superiore a quello che comunemente poteva essere ascoltato nel servizio liturgico. Si apre il ciclo di una spettacolarizzazione del concerto organistico e delle note, da lui scritte sul pentagramma, per esaltare ora un ripieno chiaro e possente, ora il registro più delicato e inusuale, ora una mistura di nuovi colori. Ma è la smagliante esecuzione virtuosistica al manuale o al pedale, che cattura l’attenzione del pubblico. Pietro Alessandro Yon ci costruisce anche la sua immagine, su questa frontiera di una nuova e inedita espressività musicale. È un sapiente regista del suo successo, un uomo di pubbliche relazioni capace di frequentare anche i salotti dell’alta borghesia newyorkese oltre che la stanze del potere religioso, quel potere che nel 1926 gli conferirà la nomina di organista del coro della cattedrale di St. Patrick, tre anni prima della titolarità dell'organo. È grazie a lui che si aprirono le porte a Marco Enrico Bossi e a Ulisse Mattey per i concerti in America.

Yon conosceva bene la superiorità di certa scuola italiana rispetto ad altre storie musicali e serbava sempre nel cuore l’appartenenza al suo paese d’origine, anche dopo il conferimento della cittadinanza americana. Non mancano gli elementi biografici per raccontare una vicenda umana e artistica di grande significato e non mancano le testimonianze per individuare quello che fu il cambiamento in atto nella società americana rispetto al concertismo organistico che, nel periodo bellico, subì un forte rallentamento a indicare anche il cambiamento del gusto dei fruitori. Quello che si dovrebbe approfondire è l’aspetto musicologico, lo studio dei contenuti di un catalogo che non è solo organo, ma anche musica per coro, messe e mottetti (più di un centinaio, per assicurare la copertura dell’anno liturgico), gli oratori che facevano l’esaurito delle poltrone della Carnegie Hall, la musica “caratteristica” per pianoforte, le liriche, il “Concertino” per oboe e orchestra. Sicuramente il polo attorno cui si snoda il lavoro instancabile (quasi ipercinetico, hanno scritto) di Pietro Alessandro Yon, è il “Concerto gregoriano” (1920), pensato per organo e orchestra, rivissuto per organo e pianoforte e rivisto per solo organo, per non scontentare il solista “solitario”. Tre opzioni sulla maestosità di una pagina complessa in tutte e tre le realizzazioni previste. Ogni volta la riproposta di questa prova è una operazione coraggiosa per chi deve restituire il linguaggio di Yon e il suo fare ardito di giovane ma già maturo compositore: la sicurezza di scrittura del “Concerto gregoriano”, deriva dall’esercizio svolto con le precedenti esperienze sonatistiche e con i due Concert Study, nel cui titolo si condensano le sfide che vengono sottoposte all’esecutore. Era intorno ai trent’anni quando scriveva queste pagine irte di difficoltà, spesso orgogliosamente ostentate.

Ma ci sono anche i momenti elegiaci che in questa registrazione vengono ricordati, insieme ai brani che stavano bene anche in un momento rituale, o al distendersi di meditazioni centrate sul gusto della registrazione organistica che in Yon fu sempre sentita come il distintivo di una capacità decorativa. È così che in più di uno scritto ritorna la parola eclettismo a configurare l’opera di un musicista il cui “prodotto” sfugge ai concetti di unitarietà poetica o di derivazione scolastica, e quindi di rassicurante definizione e ambientazione culturale.

Ognuno, di volta in volta ricollegandosi alle sue conoscenze storiche, potrà riconoscere ascendenze cromatiche regeriane (laddove previste), o il senso di Franck e Guilmant rispetto a certe architetture, o ancora reminiscenze di autori italiani coevi, ma alla fine noterà che i temi e le costruzioni di Pietro Alessandro Yon hanno un che di personale da raccogliere pagina per pagina, occasione per occasione; perché il pubblico, vero padrone del nostro musicista, ha bisogno del nuovo, del dettato che si rinnova, delle emozioni ancora non sperimentate. Quando nel giorno di Santa Cecilia, il 22 novembre 1943, Pietro Alessandro Yon conclude la sua corsa, i giornali citarono la sua composizione più popolare, venduta per centinaia di migliaia di copie quando uscì per i tipi di Fischer & Bro. di New York: Gesù Bambino Pastorale. Una cosina da nulla, un dolcetto italiano che ancora adesso fa innamorare cantanti o organisti che ritrovano, su una melodia e un ritmo cullanti, il più bel sapore del Natale tradizionale. Dopo aver scalato montagne con pareti ripidissime, ecco che il ricordo di un musicista virtuoso, non sono le vette della tecnica, ma la sincerità del cuore.

 

Gian Nicola Vessia


 

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