Collegamenti

Tu sei qui

  ANTEGNATI organari in Brescia tra il XV e il XVII secolo

 

ANTEGNATI è il cognome di una famiglia di organari attiva tra la fine del XV secolo e gli inizi del XVIII secolo a Brescia. La loro opera si esercitava sia sugli organi, sia su altri strumenti quali cembali e spinette. Nella famiglia si contarono ben 19 figure dedite a questa occupazione, che contribuirono alla nobilitazione professionale dell'artifex instrumentorum musicorum (artigiano degli strumenti musicali), professione ritenuta nel Medioevo arte "più meccanica che liberale", praticata a volte da gente "molto bassa e quasi mendica".

 

La prima menzione di un organaro chiamato Bartolomeo Antegnati compare nel 1481, in occasione della gara indetta per il rifacimento dell'organo della chiesa di Santa Maria de Dom (duomo) a Brescia, nella quale compare Bartolomeo Antegnati (o Bartholomeus de Lomexanis de Bressia), figlio di Giovanni, giurisperito di nobili origini, proveniente da Antegnate (BG), che aveva ottenuto la cittadinanza bresciana nel 1436. Bartolomeo era probabilmente stato allievo di Bernardo d'Alemania. Oltre all'intervento del 1481 nella propria città natale, nel 1486 fu attivo nel duomo di Mantova. Nel 1488 venne assunto congiuntamente dal Comune e dal Capitolo di Brescia, con il compito di mantenere e suonare i due organi della città e nel 1490 fu chiamato a Milano per costruire il nuovo organo del Duomo e per garantire in seguito la manutenzione dell'organo vecchio e di quello nuovo. Nel 1494 ritornò a Brescia, dove ebbe l'incarico a vita di mantenere gli organi cittadini, che lasciò tuttavia dopo soli due anni. Nel 1496 fu incaricato della costruzione dell'organo della Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo, ma la sua opera venne rifiutata dopo ben tre collaudi negativi e ne nacque una controversia legale per la quale si richiese perfino l'intervento del papa. Nel 1498 costruì l'organo della chiesa di San Lorenzo di Milano e nel 1501 condusse, senza esito, dalla città di Albino, trattative per la costruzione di un organo a Lodi. Poco dopo probabilmente morì. Bartolomeo ebbe tre figli: Giovan Battista (circa 1490-1559), Giovan Giacomo (circa 1495-1563) e Giovan Francesco I (circa 1505 - dopo il 1583).

 

Giovan Battista, figlio del capostipite Bartolomeo, fu autore, a quanto si conosce, di soli quattro strumenti: negli anni 1534-1535 fu incaricato degli organi per i due conventi femminili del Santo Spirito e di Santa Maria della Pace, a Brescia, e negli anni 1536-1538 dei due per la basilica di Sant'Antonio di Padova e per la chiesa di San Francesco Grande a Padova, che ebbero tuttavia collaudo negativo. Secondo L'Arte Organica di Costanzo Antegnati avrebbe costruito anche un organo per la chiesa di San Benedetto Vecchio, sempre a Padova. Nel 1544 intervenne sull'organo della chiesa dell'Incoronata di Lodi, subendo altre critiche, ma svolgendo comunque nella città l'attività di suonatore di organo e di maestro.

 

Giovan Giacomo, figlio di Bartolomeo, fu attivo a partire dal 1513 e costituì insieme al figlio Benedetto uno dei due rami principali della tradizione familiare, attivo a Milano. Tra il 1518 e il 1525 costruì tre strumenti a Milano. Nel 1524 fu organista della chiesa di Sant'Eufemia a Brescia e costruì ancora a Brescia gli organi per le chiese di Santa Maria delle Grazie (1532) di San Faustino (1533) e per il duomo di Brescia (1536-1537), grandemente ammirati dai contemporanei. Nell'estate del 1538trasferì la propria attività a Milano, spingendosi fino a Varese, Lugano, Verona, Morbegno e Vigevano. Nel 1548 costruì l'organo per il duomo di Salò, che tuttavia fu accolto freddamente dai committenti, che ne dilazionarono il pagamento per circa un decennio. Proseguì l'attività fino alla sua morte, mentre era probabilmente intento alla realizzazione di un organo per la chiesa di Sant'Alessandro a Brescia.

 

Giovan Francesco I, terzogenito di Bartolomeo, coadiuvò il fratello Giovan Giacomo nella sua attività e fu reputato per la sua personale produzione di strumenti a tastiera Sopravvivono circa una decina di sue opere, tra cui due spinette poligonali (conservate presso il Victoria and Albert Museum di Londra e presso il Museo nazionale degli strumenti musicali di Roma), mentre altri esemplari sono in Lombardia (uno di proprietà dell'"Ateneo di scienze, lettere e arti", pervenutoci nel suo stato originale, è esposto presso i "Civici musei di arte e storia" di Brescia, mentre il secondo, più riccamente decorato, ma alterato da interventi successivi, si trova presso il "Museo teatrale alla Scala" di Milano

 

Graziadio, figlio di Giovanbattista, nell'opinione del grande organaro bergamasco ottocentesco Giuseppe Serassi «[...] fu il più esatto e perfetto in quest'arte fra i molti di questa illustre famiglia [...] la solidità, la dolcezza delle canne, e la maestria delle medesime erano inimitabili».

A fronte della fama di cui gode, di lui si conoscono pochissimi dati biografici. Il periodo che intercorre tra la sua apparizione all'età di 15 anni in un laboratorio bresciano di “flaschis scloporum” e il suo primo organo, quello per la comunità di Coccaglio nel 1562, ma soprattutto quello per la Basilica palatina di Santa Barbara in Mantova, commissionatogli nel 1565 da Guglielmo Gonzaga, quando aveva quindi 40 anni, risulta ancora assai misterioso. Non sappiamo se fu quella l'occasione che lo spinse ad occuparsi definitivamente della bottega ricevuta in eredità paterna, prima forse poco frequentata per vicissitudini familiari tribolate. A quanto risulta fino ad oggi costruì meno di una decina di strumenti in un quarto di secolo, tra i quali nel 1578 uno nuovo per la chiesa del Carmine in città. Il suo perfezionismo fu favorito da una situazione economica floridissima derivatagli dall'eredità paterna e da altre due successive. Di lui rimane l'organo Antegnati più grande e famoso al mondo, quello di 16 piedi costruito con la collaborazione del figlio Costanzo nel 1581 per i frati della chiesa di San Giuseppe a Brescia. L'altro strumento preziosissimo, anch'esso sopravvissuto, restaurato recentemente da Giorgio Carli, è l'organo della basilica palatina di Santa Barbara a Mantova. Rarissimo, progettato in collaborazione con il virtuoso Girolamo Cavazzoni in tempi brevissimi, possiede 7 tasti enarmonici; è stato usato da alcune grandi figure dell'epoca come Giaches de Wert, Claudio Monteverdi, Luca Marenzio, Giovanni Giacomo Gastoldi, Amante Franzoni, Francesco Rovigo. Dell'organo di Bellinzona in Svizzera, costruito da Graziadio nel 1588 (firmato all'interno della canna principale), esistono nello strumento attuale ancora l'ottanta per cento delle canne originali. L'organo era un dodici piedi e composto da undici registri. Degli altri strumenti da lui costruiti anche assieme al figlio, non rimane quasi nulla, se non qualche decina di canne in organi recenziori. Figura ancora nell'ombra e da studiare attentamente per le sue implicazioni storico artistiche. Forse per riscattare una sua situazione familiare discontinua, si adoperò molto per l'educazione e la carriera del figlio Costanzo.

 

Giovan Giacomo Antegnati ebbe dodici figli, ma l'unico a proseguire l'attività del padre fu Benedetto, attivo fra il 1559 e il 1584, che intervenne sugli strumenti realizzati dal padre e ne fece circa una decina di nuovi, tra i quali tre a Parma e uno nel duomo di Torino.

 

Costanzo, oltre all'istruzione sull'arte familiare, ebbe al tempo stesso anche una formazione musicale. A soli ventuno anni infatti viene inviato dal padre a sistemare l'organo di Santa Barbara in Mantova, rassicurando il Duca Guglielmo Gonzagasulle sue capacità. Nel 1595 fu commissionata da Caterina Gonzaga, figlia del marchese Alfonso Gonzaga, la costruzione dell'organo per la Chiesa prepositurale di Sant'Erasmo a Castel Goffredo (Mn). Da quell'epoca la collaborazione sarà continua e verrà talvolta testimoniata da firme congiunte poste dentro le canne più grandi realizzate, come ad esempio quella esistente dentro la monumentale canna di 16 piedi (oltre 5 metri) dell'organo della chiesa di San Giuseppe. In quarant'anni costruisce o effettua circa 25 lavori, ma alla luce dei fatti bisognerà stabilire meglio quanti subappalti abbia ceduto a Bernardino Virchi o ai fratelli Moroni (come nel caso della chiesa del Corlo) e in quanti lavori abbia fatto in realtà da garante il padre. Dei suoi strumenti non rimane quasi nulla, solo pochi reperti. Nel bresciano appronta quelli per San Giuseppe (1581) e Bagolino (1590, entrambi assieme al padre), Gardone Riviera e Carmine di Salò (1594), San Gaetano in città (1596), Lonato e Calcinato (1601); per Polpenazze (1609) è garante per il figlio. Nel bergamasco notevole è l'organo della chiesa di San Nicola ad Almenno San Salvatore (1588). Tale organo è stato di recente (i lavori sono terminati nel 1996) di un accurato lavoro di restauro supportato da ricerche organologiche e filologiche. Costanzo di fatto chiude la grande epopea antegnatiana.

 

Alla sua morte, dei quattro figli maschi avuti, solo Giovan Francesco II prosegue l'attività. Egli non riuscì a svilupparla adeguatamente nonostante le aspettative di Costanzo che lo designò come interlocutore nell'Arte Organica e suo erede universale fin dal primo testamento (Costanzo ne fece 3: 1600, 1603 e l'ultimo 1615) ritrovato recentemente, (ancora sigillato e controfirmato tra gli altri da Giovanni Paolo Maggini, famoso liutaio bresciano allievo di Gasparo da Salò). La morte lo coglierà quasi sicuramente nel 1630, a soli 43 anni, probabilmente di peste.

 

I figli di Giovan Francesco, Graziadio III, Faustino II e Girolamo, assieme al nipote Bartolomeo Ludovico figlio di Graziadio III, terminarono i fasti degli avi vivendo di luce riflessa, principalmente con lavori, manutenzioni e rari strumenti, nei quali molto probabilmente copiano il richiesto, nuovo stile meiariniano. La stirpe si estinse nel 1710, con la morte dell'ultima rappresentante nella parrocchia di Sant'Agata.

 

 

 

  Antichi organi di Macerata

  Antonio Caldara

 

 

Antonio CALDARA nacque a Venezia nel 1670 [...].

Il C. appare quale cantante della cappella ducale di S. Marco [...]

Con tutta probabilità il C. soggiornò a Roma agli inizi degli anni 1690 [...].

Con decorrenza dal 31 maggio 1699 il C. venne nominato "Maestro di Cappella, da Chiesa e da Teatro" dell'ultimo duca di Mantova [...].

Nel marzo 1705 il C. era a Roma, dove terminò un Gloria per otto voci, probabilmente per il cardinale Pietro Ottoboni. [...]

Nell'estate del 1708 il C. si recò presso gli Asburgo in Spagna [...].

Dal marzo 1709 fu ospitato dal principe Ruspoli a Roma, iniziando quell'importante periodo di sette anni in cui ricoprirà la carica di compositore della casa e maestro di cappella. [...]

Il trasferimento del Ruspoli da palazzo Bonelli al nuovo palazzo (già Caetani) sul Corso segnò una pausa nell'attività musicale [...].

Dopo la morte di M. A. Ziani, avvenuta a Vienna il 12 genn. 1715, il C. inviò all'imperatore una richiesta per avere la carica di primo maestro di cappella, o, qualora già occupata, quella di secondo, o quella di compositore di corte. [...]

La corte viennese doveva avergli dato buone speranze circa il successo della sua richiesta; la decisione definitiva dell'imperatore si fece tuttavia attendere fino al gennaio 1717, sebbene il C. fosse già arrivato a Vienna (fine giugno o inizio luglio 1716) per entrare al suo servizio. [...]

Anno per anno compose inoltre piccole cantate e serenate per feste di famiglia alla corte imperiale o per ricevimenti principeschi [...].

Accanto al suo regolare incarico il C. soddisfece anche richieste di altri principi; [...] Come "vicemaestro di cappella", con uno stipendio che superava ampiamente quello del maestro di cappella di corte, il C. svolse un'attività la cui vastità può essere paragonata soltanto a quella di compositori quali A. Scarlatti, Vivaldi e Haendel. La sua vena creativa era ulteriormente stimolata dalla particolare benevolenza dell'imperatore, che lo preferiva a tutti gli altri. [...]

La benevolenza dell'imperatore si manifestava con un elevatissimo stipendio [...].

Oltre alle cariche di corte, il C. ricoprì anche quella di decano della Confraternita di S. Cecilia [...]

Ugualmente considerevole fu la produzione del C. per committenti in Boemia e in Moravia, per i quali compose molte opere di musica sacra. [...]

Fino all'ultimo il C. mantenne un illimitata capacità creativa. Morì "nel suo sessantaseiesimo anno" a Vienna il 27 dic. 1736 e fu sepolto nella cattedrale di S. Stefano. Dopo la sua scomparsa, rappresentazioni di opere e oratori testimoniarono ancora a lungo la stima in cui era tenuta la sua opera. [...]

Il C. è entrato nella storia della musica come favorito e vicemaestro di cappella dell'imperatore Carlo VI, come grande contrappuntista e uno degli artefici del tardo barocco viennese. [...]

Dalla scuola del Legrenzi il C. aveva acquisito la drammatica e ricca formazione dei veneziani, la cui elaborazione era stata iniziata da Monteverdi. [...]

Dall'orchestra a cinque voci del tardo stile fastoso veneziano, il C. passò dopo il 1700 all'orchestra a quattro voci, e negli ultimi anni romani perfino a scrittura a tre, adottando unicamente voci femminili e di castrati. [...]

Purtuttavia il C., quando assunse la carica viennese, si allontanò dal rococò mondano romano, e dalla tessitura lieve e trasparente, e pervenne a uno stile più grandioso, a una maggiore ricchezza e intensità di suoni, a un contrappunto elaborato; abbandonò le "arie senza basso" e scatenò la forza drammatica del coro.[...]

 

 

  Appello per l'organo a canne nella Basilica di San Pietro in Vaticano

 

L'Associazione Italiana Organari scrive al Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, cardinale Robert Sarah, riguardo la recente installazione di un "organo digitale" nella basilica di S. Pietro in Vaticano -

[Nela foto: Paolo Bottini all'organo a canne della Basilica di S. Pietro in Vaticano]

 

 

Appello per l'organo a canne nella Basilica di San Pietro in Vaticano

 

 

Al Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

 

Cremona, 5 gennaio 2018

 

Eminenza Reverendissima, 

 

l’installazione di un “organo digitale” nella Basilica di San Pietro in Vaticano, massimo tempio della cristianità, ha suscitato incredulità fra i musicisti, i costruttori di strumenti musicali, i cultori e gli appassionati di musica, gli storici dell’arte, oltre che in tutto l’ambiente organario ed organistico italiano ed europeo. 

 

Tale surrogato di organo, che imita nelle fattezze la “consolle” di un vero organo, prova goffamente a imitare anche la sonorità dello strumento autentico, senza tuttavia riuscirvi in alcun modo. Proprio per tale ragione la sua collocazione in San Pietro non conviene minimamente alla dignità del tempio e, in generale, alla Chiesa che, per secoli, ha promosso la migliore produzione artistica nel campo della pittura, della scultura, dell’architettura e della musica, educando e formando il senso estetico di credenti e non credenti. 

 

La presenza dell’elettrofono nella Basilica Papale appare a nostro avviso come una manifestazione del decadimento culturale del nostro tempo, poiché si qualifica come rinuncia alla verità a favore della finzione. 

 

Sull’importanza dell’arte e della bellezza come strumenti utili a celebrare il culto di Dio sono numerosi i pronunciamenti del Magistero della Chiesa. Ci piace ricordare, a titolo di esempio, un concetto sul quale si soffermò cinquant’anni fa Sua Santità Paolo VI, allorché  in occasione dell’omelia pronunciata durante la “Messa degli artisti” celebrata il 7 maggio 1964 nella Cappella Sistina, fece esplicito riferimento all’errore di avere fatto ricorso “ai surrogati, all’«oleografia», all’opera d’arte di pochi pregi e di poca spesa”, rinunciando così, per ragioni contingenti a “compiere cose grandi, cose belle, cose nuove, cose degne di essere ammirate”. 

 

Dispiace constatare che oggi, trascorso meno di mezzo secolo da quel discorso ricco di ispirazione, di nuovo si ricorre ad un surrogato per “imitare” una delle arti che maggiormente hanno la capacità di suscitare emozioni profonde e di elevare l’anima a Dio: la musica. 

 

Indipendentemente dalle motivazioni che hanno condotto a collocare ed utilizzare un elettrofono all’interno della Basilica Papale, e nonostante le complesse e particolari esigenze liturgiche della Basilica di San Pietro, ci riesce impossibile credere che non possa esistere una diversa soluzione che non preveda l’esclusione, anche parziale, dell’organo a canne in favore di un suo surrogato. 

 

Come costruttori e restauratori di organi a canne abbiamo l’opportunità di incontrare comunità di cristiani, di ogni dimensione ed in ogni parte del mondo, che compiono sforzi talvolta importanti per dotare le loro chiese di veri organi a canne. Contestualmente ci rattrista apprendere con rammarico che proprio nella Basilica Papale si sia operata una scelta che sembra affermare l’inutilità di un simile impegno.  

 

Per questa ragione l’Associazione Italiana Organari si fa promotrice di un’iniziativa volta a sensibilizzare tutto il mondo culturale italiano affinché esprima il proprio rammarico per la presenza, all’interno del più importante tempio della cristianità, del surrogato di un autentico strumento musicale e lo comunichi ai responsabili delle celebrazioni liturgiche non solo della Basilica di San Pietro, ma anche di tutte le Chiese cattoliche. 

 

Al contempo, i promotori di questa iniziativa desiderano offrire la propria disponibilità ad  individuare un metodo efficace per definire possibili soluzioni alternative affinché, coerentemente con quanto afferma la Costituzione sulla musica sacra Sacrosanctum Concilium al numero 120, anche e soprattutto nella Papale Arcibasilica di San Pietro “si abbia in grande onore l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti”. 

 

Sicuri che Sua Eminenza vorrà dare ascolto a questo nostro appello, porgiamo deferenti saluti.

 

 

*** per sottoscrivere questo appello,
promosso dalla Associazione Italiana Organari,
cliccare QUI ***

 

 

  APPUNTI SUL "CONCERTO ITALIANO" TRASCRITTO PER TASTIERA

  ARAMUS - Associazione Romana Arte Musica

Iniziative culturali per la diffusione e la pratica dell'arte musicale, per il recupero del valore umano e formativo dell'attivit‡ corale, per la ricerca sperimentale e l'interazione con le altre forme di espressione artistica.

  Aristide CAVAILLE'-COLL

Il progetto del monumentale organo di Aristide CAVAILLE'-COLL per la Basilica di S. PIETRO in VATICANO: un progetto grandioso che non vide mai la luce, nonostante la raccolta fondi organizzata da alcuni musicisti.

  Armando Pierucci

 

Padre Armando Pierucci, francescano, musicista e compositore, è nato a Moie presso Maiolati Spontini (Ancona), Italia, il 3 settembre 1935. Dal 1988 risiede ed opera a Gerusalemme, in seno alla Custodia di Terra Santa, ed è il Maestro Organista del Santo Sepolcro. Padre Pierucci si è diplomato in Organo, Composizione Musicale corale, Pianoforte e Canto Gregoriano al Pontificio Istituto di Musica Sacra (Roma) e nei Conservatori di Napoli e di Pesaro. 
La sua attività si è snodata nelle esecuzioni organistiche, direzione di cori, composizione ed insegnamento, presso il Conservatorio di Pesaro e allo Studio Teologico Francescano di Gerusalemme ed in altri ambiti accademici, ecclesiali o privati.
Ha dato concerti in Italia, Grecia, Cipro e Terra Santa. Padre Pierucci conta fra i grandi Maestri virtuosi di Organo del nostro tempo.  Ha composto musica per organo, coro, recorder, accordeon, ottoni e pianoforte. Tra le sue numerose opere, sono da ricordare le Cantate “Via Crucis”, “De Profundis”, “The Burrial of Moses at Mount Nebo”, “Invocazione per la Pioggia” e “La Terra dei Fioretti”. 
Per dieci anni, fino al 1999, Padre Pierucci ha diretto la rivista “La Terra Santa”. 
È il fondatore ed il Presidente Esecutivo dell’”Istituto Magnificat” a Gerusalemme, una scuola di musica fondata nel 1995. L’Istituto Magnificat ha come vocazione di essere luogo di dialogo, di pacifica convivenza, di promozione umana e sociale, nonché luogo di orientamento e di preparazione professionale di alta qualificazione in campo concertistico e didattico. Attualmente, la Scuola annovera tra le proprie fila oltre 200 allievi, seguiti da circa 18 insegnanti: essi sono Israeliani, Palestinesi, Armeni, di religione Ebraica, Cristiana e Musulmana. Al Magnificat si insegna: Pianoforte, Violino, Viola, Violoncello, Organo, Canto, Chitarra, Composizione, Flauto, Percussioni, Musica Corale, Solfeggio e Storia della Musica.

 

 

  Armelin edizioni musicali

  Association Nationale de Formation des Organistes Liturgiques

Pagine